LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦CAPITOLO 9 – LE ORE TACIUTE
Leonardo tirò fuori il telefono prima di lasciare il magazzino. Sullo schermo era rimasta una striscia di polvere. La cancellò con il pollice e chiamò Sara.
«Dove sei?» chiese lei.
«Via Ostiense. Ho trovato l’edificio della foto.»
Un motore accelerò oltre le lamiere. Si spostò verso l’apertura sul cortile per sentire meglio.
«E De Santis?»
«Ho trovato il suo tesserino. Un uomo è scappato appena mi ha visto.»
«Era lui?»
«Se lo sapessi, avrei cominciato da quello.»
«Arrivo. Mandami la posizione.»
«Fai venire qualcuno per i rilievi. Il pass l’ho già raccolto.»
Chiuse la chiamata e condivise il punto sulla mappa. Poi rimase vicino all’ingresso. Non voleva calpestare altro, né lasciare libero l’accesso mentre aspettava.
Nel cortile, una busta vuota raschiava il terreno a ogni folata. Il pomeriggio gli aveva asciugato il sudore sulla schiena. Adesso la camicia tirava sotto le braccia.
Quando Sara attraversò il varco, lo trovò appoggiato allo stipite.
Guardò i pantaloni sporchi.
«Che hai fatto?»
«Un giro del quartiere.»
«Con le ginocchia?»
«Il percorso prevedeva uno scavo. Nessuno s’è preso il disturbo di avvisarmi.»
Si staccò dal sostegno. Una fitta lo costrinse a scaricare il peso sull’altra gamba.
Sara gli passò accanto senza commentare. Dalla soglia osservò gli scaffali, poi la porta sul fondo.
«Da dove è uscito?»
Leonardo indicò il passaggio sul retro e ricostruì il tragitto. Lei seguì con gli occhi la direzione del braccio.
«Hai visto il viso?»
«No. Giacca scura. Testa bassa. Durante la corsa teneva una mano contro il fianco.»
«Aveva qualcosa?»
«Non l’ho visto. Non mettercelo tu.»
Sara annuì. Aprì la borsa e ne estrasse un paio di guanti e una custodia trasparente.
«Fammi vedere cosa hai raccolto.»
Lo prese dalla tasca per i bordi. Lei lesse il nome senza toccarlo, poi lo fece scivolare nella busta.
«Era qui?»
«Più avanti. Vicino al piede di quello scaffale.»
La accompagnò per pochi metri e si fermò prima della zona smossa. Le mostrò la vite arrugginita.
«L’ho visto al ritorno. Prima ero occupato a farmi seminare.»
Sara scattò alcune immagini, mantenendosi ai margini delle impronte. Si abbassò per inquadrare il pavimento.
«Potrebbe averlo perso nello scatto.»
«È la prima cosa che ho pensato.»
«Ma potrebbe essere qui da giorni.»
«Esatto.»
Lei si rialzò e controllò il risultato sul display.
«Quindi abbiamo un documento intestato al magistrato. Non sappiamo chi lo avesse con sé.»
«E nemmeno quando sia caduto.»
Dal cortile arrivarono delle voci. Gli addetti ai rilievi si presentarono all’ingresso; Sara andò a indicar loro il punto del ritrovamento. Leonardo restò accanto alla parete. La stanchezza gli rendeva pesanti anche le palpebre, ma non era il momento di chiuderle.
Quando lei tornò, tirò fuori la fotografia.
«Questa me la tengo. Voglio sentire cosa racconta davanti all’edificio.»
«Hai intenzione di andare in Procura?»
«Prima che qualcuno gli riferisca del sopralluogo.»
Sara abbassò la voce.
«Come sei arrivato qui? Solo grazie allo sfondo?»
«Per trovare la strada, sì. Poi la sua segretaria mi ha aspettato fuori dalla questura.»
Le riferì il colloquio. Non aggiunse nulla alla frase sull’imminente visita.
«Ti ha detto come lo sapeva?»
«Gliel’ho chiesto. Ha preferito mandarmi di corsa.»
Sara chiuse la borsa.
«E tu ci sei andato.»
«La prossima volta le chiedo di compilare un modulo.»
«Prima verifica almeno che lavori davvero per lui.»
La battuta gli morì sulle labbra. Aveva preso per buona una presentazione. Una donna impaurita, un’informazione precisa. Abbastanza per muoversi, troppo poco per fidarsi.
«Lo farò.»
Rimise la stampa nella giacca.
«Qui occupatene tu. Registra anche che l’ho maneggiato. Non voglio ritrovarmi a discuterne fra sei mesi.»
«A lui non mostri niente?»
«Non subito. Prima gli chiedo dove ha passato la pausa di oggi.»
Sara guardò la custodia.
«E se mente?»
«Avremo una versione da controllare.»
Leonardo raggiunse il cortile. Dietro di lui cominciarono a misurare le distanze. Avrebbe chiesto a De Santis dove avesse trascorso la pausa di pranzo. Il resto sarebbe dipeso dalla risposta.
Alla Procura dovette aspettare accanto a una porta chiusa. Dal corridoio arrivava l’odore del detergente passato sui pavimenti. Un impiegato gli aveva chiesto se avesse un appuntamento.
«No.»
«Il dottore è occupato.»
«Anch’io. Vediamo se riusciamo a esserlo insieme.»
L’uomo aveva telefonato senza sorridere.
Adesso, attraverso il vetro di un ufficio, Leonardo vedeva la donna incontrata davanti alla questura. Era seduta a una scrivania. Riconobbe il cappotto appeso dietro di lei e la borsa sul mobile basso.
Non gli fece cenno. Quando lo scorse, abbassò la testa su un fascicolo.
«Può entrare», disse l’impiegato, tornando verso di lui.
Leonardo indicò la stanza vetrata.
«È la segretaria del dottor De Santis?»
«Sì.»
Almeno quella parte della presentazione era vera.
Il magistrato lo accolse in piedi. Aveva tolto la giacca e arrotolato le maniche con cura. Sulla scrivania, una penna divideva due pile di documenti.
«Commissario. Mi dicono che è urgente.»
«Mi bastano alcune risposte.»
«Si accomodi.»
Abbassandosi sulla sedia, Leonardo sentì tirare il ginocchio. Allungò la gamba sotto il tavolo e tirò fuori la fotografia.
De Santis la prese. La tenne per un angolo, lontana dai fogli che stava esaminando.
«Dove l’ha trovata?»
«Vorrei cominciare da dove è stata scattata.»
Il magistrato avvicinò la stampa alla lampada. Il movimento gli nascose per un momento la bocca.
«Via Ostiense.»
«Il magazzino lo riconosce?»
«Sì.»
«Che cosa ci faceva con Elena Valenti?»
De Santis posò l’immagine. La raddrizzò con due dita.
«Mi aveva chiesto di incontrarla.»
«E avete scelto un edificio abbandonato.»
«Lo aveva scelto lei.»
Leonardo lasciò passare qualche secondo. Dietro la parete squillò un telefono; qualcuno rispose al secondo richiamo.
«Perché?»
«Voleva parlare senza essere vista.»
«Di Bellini?»
Il magistrato spostò la penna, poi la rimise fra le due pile.
«Anche.»
«Il resto?»
«Questioni personali.»
«Sue o della donna?»
«Di Elena.»
Leonardo si appoggiò allo schienale.
«È morta. Non può più spiegarmi quali fossero.»
«Questo non mi autorizza a riferirle ogni confidenza.»
«Mi basta quella che vi ha portati fin lì.»
De Santis si alzò e andò alla finestra. Abbassò una stecca della veneziana per guardare fuori. Nel parcheggio, un’auto cercava spazio fra due mezzi già in sosta.
«Temeva che qualcuno sapesse dei nostri colloqui.»
«Qualcuno aveva un nome?»
«Non me lo fece.»
«E lei non glielo chiese?»
«Non ottenni una risposta.»
Il commissario osservò il bordo della scrivania. Nessun bicchiere, nessuna tazza lasciata a metà. Anche l’attesa, in quella stanza, doveva mantenere un aspetto decoroso.
«Mi ha già raccontato della vostra relazione. Voglio capire che cosa c’entrasse con questi incontri.»
Il magistrato lasciò ricadere la stecca.
«Le ho detto che c’erano anche questioni personali.»
«E io le ho chiesto quali vi avessero portati nel magazzino.»
De Santis tornò alla sedia, ma rimase in piedi dietro lo schienale.
«Non intendo riferirle ogni confidenza di Elena.»
«Allora parli delle sue. Anche lei era lì.»
Leonardo recuperò la stampa.
«È tornato in quel posto dopo lo scatto?»
«Sì.»
«Con lei?»
«Qualche volta.»
«E dopo la sua morte?»
Il silenzio durò appena più del necessario.
«Una volta.»
«Quando?»
«Non ricordo la data.»
«Provi.»
«Prima che lei cominciasse a farmi queste domande.»
Leonardo rimise il documento nella tasca interna. Avrebbe voluto chiedergli se quello fosse un calendario riconosciuto dalla
Procura. Si trattenne: gli serviva una risposta utilizzabile.
«Oggi ci è stato?»
«No.»
«Dove si trovava fra mezzogiorno e le due?»
«Qui.»
De Santis si sedette e aprì l’agenda sulla scrivania. Seguì una riga con l’indice.
«Alle dodici avevo una riunione in questo ufficio. È finita poco dopo le tredici. Ho mangiato qualcosa e ripreso a lavorare.»
«Con chi era alla riunione?»
Il magistrato scrisse due nomi su un foglio e lo spinse verso di lui.
«Può chiedere a loro.»
Leonardo lesse, poi ripiegò la carta.
«Dopo le tredici qualcuno l’ha visto?»
«La mia segretaria mi ha portato dei fascicoli.»
«A che ora?»
«Non guardo l’orologio ogni volta che entra.»
«Oggi avrebbe fatto comodo.»
De Santis intrecciò le mani davanti a sé.
«Qualcuno sostiene che fossi altrove?»
«Sto ricostruendo i suoi spostamenti.»
«In relazione a Bellini?»
«In relazione a un luogo dove incontrava Elena.»
Il magistrato abbassò gli occhi verso la tasca che custodiva l’immagine.
«Mi lasci una copia.»
«Gliela farò avere.»
Leonardo si alzò, raccolse il telefono dalla sedia e raggiunse la porta.
«Un’ultima cosa. Ha ancora accesso al magazzino?»
«La porta è aperta, commissario. Non occorre il mio permesso.»
«Lo so.»
Uscì prima che gli chiedesse come.
Nel corridoio rallentò e riaprì il foglio con i nomi. La riunione poteva coprire una parte della mattinata. Per il periodo successivo, De Santis aveva indicato proprio la donna che lo aveva mandato a Ostiense.
Leonardo ripose la carta. Adesso doveva sentirla: le due versioni dello stesso giorno non coincidevano.
Bussò al vetro con una nocca.
La donna sollevò lo sguardo. Aveva già chiuso il fascicolo davanti a sé, ma lasciò una mano sulla copertina.
«Ha parlato con lui?»
«Adesso vorrei parlare con lei.»
Si alzò e raggiunse la soglia. Nel corridoio passavano due impiegati con un carrello carico di cartelle. Aspettò che si allontanassero.
«Qui non possiamo.»
«Scelga un posto. Stavolta resto fino alla risposta.»
Lei prese la borsa e lo precedette verso le scale. Si fermò sul pianerottolo, vicino a una finestra socchiusa. Dal cortile saliva il ronzio di un condizionatore. L’ufficio di De Santis era abbastanza lontano da non poterli sentire.
Leonardo si appoggiò alla parete.
«Oggi, dopo le tredici, gli ha portato dei fascicoli?»
La segretaria guardò verso il corridoio.
«Sì.»
«L’ha trovato nella sua stanza?»
«Era seduto alla scrivania.»
«L’ora?»
«Le tredici e venti.»
«Ne è sicura?»
«Dovevo consegnarglieli entro quell’ora. Ho controllato prima di entrare.»
Leonardo estrasse il telefono e annotò il dato.
«Fuori dalla questura mi ha detto che stava andando al magazzino.»
«Lo so.»
«Allora mi aiuti. È partito ed è tornato, oppure non è mai uscito?»
Lei fece scorrere il pollice sulla chiusura della borsa. Il piccolo scatto risuonò nel vano delle scale.
«Non l’ho visto partire.»
Leonardo rimase con il dito fermo sullo schermo.
«Che cosa ha visto?»
«Prima della riunione mi ha chiesto di lasciarlo libero per pranzo. Nessuna telefonata, nessun appuntamento.»
«E questo voleva dire Ostiense?»
«Altre volte era andato lì.»
«Come lo sa?»
La donna si allontanò dalla finestra. Adesso lo guardava, ma teneva il mento leggermente abbassato.
«L’ho seguito.»
«Quando?»
«Una sera, prima della morte di Elena.»
«Da sola?»
Annuì.
«Perché?»
«Volevo sapere dove andava.»
Leonardo ripose il cellulare. Gli serviva capire quanto avesse osservato davvero, prima di farsi trascinare dalle spiegazioni.
«È entrata anche lei?»
«No. Ho aspettato dall’altra parte della strada.»
«Ha visto con chi si incontrava?»
«Non ho visto nessuno.»
Dal piano superiore arrivò il colpo di una porta tagliafuoco. La segretaria si voltò di scatto. Un uomo scese con un telefono all’orecchio e passò senza badare a loro.
Leonardo aspettò che sparisse oltre la rampa.
«Oggi ha fatto la stessa cosa?»
«Sono venuta da lei.»
«Senza verificare dove fosse diretto.»
«Credevo di saperlo.»
«Doveva dirmi che era una supposizione. Mi ha fatto credere che ne fosse sicura.»
La donna si strinse nelle spalle. Per un momento sembrò sul punto di andarsene. Poi lasciò ricadere la borsa lungo il fianco.
«Sarebbe andato lo stesso?»
«Non spettava a lei deciderlo.»
Lei abbassò gli occhi. Il commissario la lasciò nel silenzio, senza offrirle una frase dietro cui ripararsi.
«Che cosa è successo?» domandò infine.
«Ho trovato qualcuno.»
«Lui?»
«Non lo so.»
La donna lo guardò in faccia, stavolta senza abbassare gli occhi. Leonardo non capì se fosse preoccupata per De Santis o se cercasse soltanto di capire quanto lui avesse scoperto. Non aveva elementi per scegliere.
«Non gli ha detto che sono stata io.»
«Non ancora.»
«La prego.»
«Mi dia un motivo per continuare a tenerla fuori dal colloquio.»
Lei sollevò la mano libera, poi la abbassò senza aver compiuto alcun gesto.
«Lavoro con lui.»
«Me ne sono accorto.»
«Non posso perdere quel posto.»
Leonardo si staccò dal muro.
«Lei è venuta a cercarmi. Deve aver avuto un motivo più forte dello stipendio.»
La segretaria fissò la finestra. Nella luce opaca, il rossetto appariva più scuro.
«Quando è morta Elena, ho pensato che avrei dovuto parlare.»
«Di che cosa?»
«Delle visite. Del fatto che non voleva fossero annotate fra gli impegni.»
«Glielo aveva chiesto espressamente?»
«Sì.»
«Anche per oggi?»
«Oggi mi ha chiesto soltanto di non disturbarlo a pranzo.»
Leonardo riaprì le note e aggiunse quella distinzione.
«Le tredici e venti», disse. «Questo lo ha visto. Il resto, per oggi, lo ha supposto.»
«Sì.»
«Se ricorda altro, mi chiama. Ma prima separi quello che sa da quello che teme.»
La donna annuì senza avvicinarsi. Aspettò che lui imboccasse il corridoio, poi tornò verso il proprio ufficio.
Leonardo proseguì fino all’uscita. Doveva confrontare con Sara gli orari e sentire i partecipanti alla riunione. La segretaria
aveva ridimensionato l’avvertimento soltanto dopo aver saputo del colloquio con il magistrato. Poteva aver corretto un errore. Poteva aver cercato riparo.
Quando Leonardo rientrò in questura, Sara era nel suo ufficio. Aveva spostato una sedia accanto alla scrivania e stava compilando il verbale del sopralluogo.
«Com’è andata?»
«Il posto lo conosce. Ha ammesso di averci incontrato Elena più volte.»
Lei smise di scrivere.
«Per parlare di cosa?»
«Anche di Bellini. Sul resto si è tenuto la riservatezza.»
Leonardo le consegnò il foglio con i due nomi. Poi si sedette, accompagnando la gamba dolorante con una mano.
Dalla finestra entrava il rumore di un autobus in partenza. Non aveva ancora tolto la giacca e già gli sembrava di essere lì da ore.
«Dice di essere rimasto in Procura fra mezzogiorno e le due. Questi erano con lui fino a poco dopo le tredici.»
Sara lesse la carta.
«Li sentiamo separatamente.»
«Chiedi anche quando sono arrivati. Non soltanto quando se ne sono andati.»
Lei prese il telefono. Leonardo aspettò mentre cercava i recapiti, poi le riferì il colloquio sul pianerottolo.
«Quindi la segretaria non lo ha visto uscire», disse Sara.
«Ha trasformato una richiesta di non essere disturbato in una partenza per Ostiense.»
«E adesso conferma di averlo trovato alla scrivania.»
«Alle tredici e venti.»
Sara annotò l’orario sul margine del verbale.
«Può essere tornato prima.»
«Può. Prima dobbiamo sapere quanto è durata davvero la riunione.»
Il commissario posò la fotografia accanto al fascicolo. Il magistrato aveva riconosciuto il luogo senza esitazioni. Quella risposta, almeno, non dipendeva dalla donna.
«Del pass gli hai parlato?»
«No. E nemmeno a lei.»
Sara fece scorrere verso di lui il documento che stava compilando.
«Ho riportato il punto del ritrovamento e il tuo intervento. Gli accertamenti sul materiale raccolto richiederanno tempo.»
Leonardo lesse. Corresse una distanza dopo averle chiesto di controllare la misura presa sul posto, poi firmò.
Il telefono di Sara vibrò. Lei rispose e si voltò verso la finestra. Fece poche domande, lasciando pause abbastanza lunghe per ascoltare.
Quando chiuse, tornò a sedersi.
«Uno dei due conferma. È entrato a mezzogiorno ed è uscito alle tredici e dieci. De Santis era con loro per tutta la durata.»
«L’altro?»
«Non è ancora raggiungibile.»
Leonardo guardò le annotazioni.
«Abbiamo dieci minuti fra l’uscita del primo e la consegna dei fascicoli.»
«Se gli orari sono esatti.»
«E dopo le tredici e venti non abbiamo nessuno che garantisca dove fosse.»
Sara sottolineò quella parte.
«Non possiamo escludere una visita successiva.»
«No. Ma lei mi ha mandato lì prima. Voglio sapere perché aveva tanta fretta.»
Prese un foglio pulito e scrisse due richieste: verificare eventuali segnalazioni di smarrimento del tesserino; ricostruire le precedenti visite al magazzino.
«Cominciamo da queste. Alla segretaria chiederemo date e circostanze. Oggi le è bastato dirmi che l’aveva seguito una sera.»
«Ti ha spiegato perché?»
«Voleva sapere dove andava.»
Sara sollevò gli occhi.
«Una risposta parecchio comoda.»
«Sì. Mi sto affezionando alle domande.»
Il telefono sulla scrivania squillò. Leonardo sollevò la cornetta.
Dal centralino gli passarono una donna che aveva chiesto di lui. Sara raccolse i fogli, ma lui la fermò con un gesto appena sentì la voce.
«Sono io.»
La segretaria parlava piano. Sul fondo si avvertiva un rumore intermittente, come una ruota su un pavimento sconnesso.
«Che cosa ha ricordato?» chiese.
«Non gli restituisca il tesserino.»
Leonardo raddrizzò la schiena.
«Chi le ha parlato di un tesserino?»
Il rumore cessò.
«Mi ha sentito?»
La comunicazione si interruppe.
Rimase con la cornetta in mano. Sara lo osservava, ferma accanto alla sedia.
«Sapeva del ritrovamento», disse.
«Come?»
«È quello che le ho chiesto.»
Posò il ricevitore e riaprì il fascicolo. Non bastava a stabilire chi fosse stato nel magazzino: dal sopralluogo, la notizia poteva essere passata attraverso altre persone.
Ma la donna aveva chiamato per impedirgli una restituzione. Non per chiedere se avesse trovato qualcosa.
Leonardo prese il telefono.
«Adesso la sentiamo di nuovo. E stavolta mette per iscritto quello che sa.»
Cercò il numero della Procura. La stanchezza era ancora tutta lì. Solo che, finalmente, aveva qualcuno con cui prendersela.