Capitolo 8 – Le ombre di via ostiense

LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦CAPITOLO 8 – LE OMBRE DI VIA OSTIENSE

La questura, prima delle sette del mattino, sembrava un edificio rimasto sveglio per sbaglio. Nei corridoi le lampade erano ancora accese, benché dalle finestre filtrasse già una luce grigia. Le scrivanie vuote aspettavano i loro proprietari sotto pile di fascicoli; una ventola girava da qualche parte con un lamento regolare. Di giorno nessuno ci avrebbe fatto caso. A quell’ora era impossibile ignorarla.

Leonardo era tornato presto. Il pomeriggio precedente aveva lasciato quegli stessi corridoi con in testa l’ingrandimento che Sara Monti gli aveva mostrato: l’orologio rettangolare che, nella fotografia della cena, spuntava dal polso della figura rimasta nell’ombra.

Sulla scrivania lo aspettavano ancora quell’immagine e la fotografia di Alberto De Santis con Elena Valenti. Aveva portato entrambi i pensieri fino a casa e poi a letto, dove si erano accomodati al posto del sonno. Ogni volta che aveva chiuso gli occhi, era ripartito da lì.

Non aveva dormito un minuto. Adesso era di nuovo in ufficio, con la camicia del giorno prima sotto la giacca e la sgradevole certezza che la stanchezza gli avrebbe chiesto il conto proprio quando gli fosse servita una testa lucida.

La stanza sapeva di caffè bruciato e fumo stantio. L’odore era rimasto nelle tende, nella tappezzeria delle sedie, forse nei fascicoli: certe cose, una volta entrate in questura, ottenevano la residenza più in fretta delle persone. Una lama di luce tagliava la scrivania e si fermava sul pavimento. Fuori, Roma si svegliava senza fretta apparente. Leonardo sapeva che era una posa. Tra poco la città avrebbe cominciato a suonare il clacson contro se stessa.

Appoggiò le chiavi, si sedette e prese il bicchiere di plastica che aveva lasciato vicino alla lampada. C’era ancora del caffè sul fondo. Lo assaggiò.

«Madonna santa.»

Era freddo e cattivo. Lo rimise giù. Per prepararlo così male doveva esserci una circolare. Magari l’aveva firmata la Procura, dopo aver chiesto tre copie del parere alla questura. Gli uffici avevano una pazienza infinita per tutto quello che si poteva protocollare; davanti a una persona morta, invece, aspettavano che fosse qualcun altro a trovare il modulo giusto.

Accese la lampada. Sulla scrivania c’erano gli appunti e le domande sull’introvabile Agenda Nera, la traccia cartacea con il nome cancellato, le due fotografie trovate su Severi e la stampa ingrandita dell’orologio.

Prese l’immagine che ritraeva Elena Valenti e Alberto De Santis da soli davanti all’edificio di mattoni e la girò verso la luce. Elena era morta. De Santis, invece, poteva ancora spiegare perché lui ed Elena si fossero fatti fotografare davanti a quell’edificio.

Sempre che Leonardo avesse capito quali domande porgli.

Guardò lo scatto per qualche istante. Poi i suoi occhi tornarono alla stampa posata accanto: l’orologio che Sara gli aveva indicato il giorno prima.

Aprì il cassetto e tirò fuori una lente d’ingrandimento. L’impugnatura aveva una piccola crepa, riparata con del nastro isolante nero. Sostituirla avrebbe comportato l’avvio di una pratica burocratica infinita con l’economato. Non aveva intenzione di invecchiare dentro quella questura aspettando i loro comodi.

Portò sotto la lampada la stampa ingrandita del polso della persona nascosta nella foto della cena.

Il quadrante rettangolare gli apparve sotto la lente, più grande e altrettanto avaro di risposte. Girò la stampa di pochi gradi per evitare il riflesso. Le lancette non si distinguevano.

La cassa aveva una forma netta; il cinturino era scuro. Si chinò ancora sulla stampa. Gli parve di scorgere un segno su un lato del quadrante, poi cambiò angolazione e il segno sparì. Una macchia della stampa. O un graffio. Se avesse scelto la spiegazione che gli piaceva di più, sarebbe stato uno di quei commissari che arrivano in tribunale con una bella storia e tornano a casa con un’assoluzione.

Rimase curvo sulla scrivania a lungo. Le ore scivolarono via fra una tazza di caffè pessimo e lo studio metodico dei dettagli, finché gli occhi cominciarono a bruciare. L’orologio avrebbe potuto aiutarlo a stabilire l’ora dello scatto. Avrebbe potuto anche segnare l’ora sbagliata. Prima, però, bisognava riuscire a leggerlo. Allontanò la lente, si strofinò il viso con entrambe le mani e riprovò.

Niente.

Posò la stampa e si alzò. Aveva bisogno di staccare gli occhi da quel rettangolo prima di convincersi a vedere cose che non c’erano. Aprì la finestra di qualche centimetro. La luce del mattino era già diventata quella calda e spietata di mezzogiorno. In strada un furgone era fermo in seconda fila; dietro, un autobus aspettava di passare. Il conducente suonò una volta, poi di nuovo, più a lungo.

«Eccoci», disse.

Roma aveva cominciato. Prima il furgone in mezzo alla strada, poi qualcuno che protestava perché non riusciva ad arrivare al lavoro. Richiuse la finestra prima del terzo colpo di clacson.

Prese una sigaretta dal pacchetto sulla scrivania e la tenne fra le dita. Aveva già abbastanza fumo nell’ufficio da conservarne per l’inverno. La rimise nel pacchetto con un gesto irritato. La stanchezza gli faceva venire voglia di litigare anche con gli oggetti; per fortuna, loro per lo più tacevano.

Tornò a sedersi.

La Procura, prima o poi, avrebbe chiesto un rapporto sul caso Bellini. Avrebbe voluto sapere chi avesse esaminato le fotografie, quando e quali verifiche fossero seguite. Domande legittime. Leonardo avrebbe preferito poterne aggiungere una a cui sapeva rispondere: dove erano stati fotografati Elena e De Santis?

Prese la foto che li ritraeva e riprese la lente. Esaminò i due, cercando nel modo in cui stavano l’uno accanto all’altra qualcosa di concreto: uno spazio fra loro, un gesto, una direzione dello sguardo. Ogni ipotesi durava il tempo di formularla. Non ne ricavò abbastanza.

Aveva conosciuto investigatori capaci di costruire un’intera confessione sul modo in cui un indagato si allacciava le scarpe. Peccato che poi l’uomo facesse lo stesso identico nodo davanti al giudice, venendo assolto tra i sorrisi degli avvocati.

Si spostò fino al bordo dell’immagine, quasi per rabbia. Se la figura di De Santis non gli diceva altro, tanto valeva guardare lo sfondo.

Comparve una porzione di muro dietro Elena. Mattoni scuri, sporchi in modo irregolare. Esaminò la parte più alta e trovò tre finestre strette, chiuse da lamiere. Non gli dissero molto. Fece per tornare sui due, ma una linea verticale alla destra della donna attirò la sua attenzione.

Era il bordo di un cancello verde.

Inclinò la fotografia per sottrarre quella zona al riflesso della lampada. La vernice si staccava dalle sbarre in larghe chiazze. La ruggine si addensava vicino alle cerniere; una delle due ante pendeva leggermente più in basso dell’altra. Oltre il cancello si intravedeva una tettoia industriale.

Lasciò la lente sospesa a pochi centimetri dalla carta. Nella foto, Elena e De Santis erano davanti a un vecchio magazzino. Non significava ancora che vi fossero entrati, né che avessero scelto loro il posto per farsi fotografare. Ma era un luogo. Un luogo poteva essere trovato, osservato, confrontato con quello che ricordavano altre persone. Meglio delle supposizioni che aveva coltivato tutta la notte davanti a un orologio illeggibile.

Si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi per un istante.

Mattoni scuri. Finestre alte sbarrate. Il verde del cancello, quell’anta più bassa che sembrava pronta a cedere.

L’aveva visto?

Roma era piena di edifici lasciati a marcire in attesa che qualcuno scoprisse quanto valesse il terreno sotto. Uno sfondo simile poteva appartenere a mezza città. Eppure gli tornava in mente una strada larga, un tratto industriale percorso in auto. Un camion fermo vicino al marciapiede. Aveva rallentato, forse era stato costretto a spostarsi di corsia. Il resto del ricordo si sottraeva.

«Dove diavolo sei?»

Tornò sulla fotografia di Elena e De Santis. Analizzò il bordo sinistro, dove non trovò nulla, poi quello destro. Scese lentamente. In prossimità dell’angolo inferiore apparve un rettangolo chiaro, tagliato dall’inquadratura. Fino a quel momento l’aveva preso per una macchia sul muro.

Alzò la fotografia verso la finestra. Nella luce piena del giorno, il rettangolo mostrò un bordo blu e alcune lettere.

Una targa stradale.

La riportò sotto la lente, schermando la lampada con una mano. Lesse una prima volta, poi una seconda, per essere certo di non aver completato con la fantasia la parte nascosta.

VIA OSTIENSE.

Rimase immobile. Il numero civico era fuori campo, ma il ricordo del cancello tornò più nitido. Un magazzino nella vecchia zona industriale di via Ostiense, con un’anta storta che arrivava quasi sul marciapiede. Poteva sbagliarsi sul tratto esatto. Poteva persino aver confuso due edifici. Bastava andare a vedere.

Guardò l’orologio al muro. Il tempo era passato mentre cercava dettagli negli scatti. Fuori, il traffico delle ore centrali aumentava, insieme al numero di persone per strada.

Il telefono era a portata di mano. Avrebbe potuto chiedere a un collega di cercare immagini della zona, fissare un appuntamento con De Santis, cominciare dalla versione che quell’uomo avrebbe deciso di raccontare. Si figurò le chiamate, l’attesa, il rapporto preliminare. De Santis avrebbe avuto tutto il tempo di sapere che cosa aveva scoperto Leonardo.

Ripose la fotografia nella tasca interna della giacca, facendo attenzione a non piegarla. Prese le chiavi dell’auto. Non conosceva il numero civico e non aveva idea di che cosa avrebbe trovato dietro il cancello, se lo avesse trovato. Per una volta, però, il caso gli offriva qualcosa che non fosse una domanda da fare seduto.

Spense la lampada e uscì.

Il corridoio era quasi deserto per la pausa di metà giornata. Un telefono squillava in un ufficio lontano; nessuno rispondeva. Leonardo gli passò davanti allungando il passo. Un uomo delle pulizie spingeva un carrello verso le scale e gli lasciò spazio con un cenno. Sul pianerottolo si fermò un momento a sistemarsi la giacca. Il gesto gli riportò la mano sulla fotografia. Era ancora lì.

All’ingresso, il piantone di turno teneva un giornale aperto sul banco. Aveva gli occhi arrossati e la faccia stanca. Quando vide Serra, raddrizzò la schiena per abitudine più che per convinzione.

“Commissario. Se ne va già?»

«Ho già dato per oggi.»

«Beato lei.»

«Beato un cazzo. Ho finito di stare seduto, non di lavorare.»

Il piantone abbassò gli occhi sul giornale.

«È questo che mi preoccupa.»

«Che io lavori?»

«Che lei lo faccia anche quando potrebbe fermarsi. Poi qualcuno potrebbe chiederlo a me.»

Leonardo guardò il giornale.

«Puoi stare tranquillo. Nessuno ti chiederà un sacrificio simile.»

Il piantone richiuse lentamente le pagine. Un sorriso stanco gli attraversò la faccia.

«Se la cercano, che dico?»

«Che sono uscito.»

«Dove?»

«A controllare un cancello.»

«Devo scrivere proprio così?»

«Scrivi che è verde. Magari in Procura apprezzano la precisione.»

Il piantone prese la penna dal registro, ma prima che potesse replicare Leonardo era già sul marciapiede. Il freddo del selciato all’ombra gli passò attraverso le suole. Non aveva ancora raggiunto l’angolo quando una donna si staccò dal muro e gli tagliò la strada.

Indossava un cappotto scuro, troppo elegante per la fretta di quell’ora. Stringeva una borsa contro il fianco. Guardò oltre la spalla di Leonardo, verso il portone.

«Commissario Serra.»

«Dipende da chi lo cerca.»

«Lavoro alla Procura. Sono la segretaria personale di Alberto De Santis.»

Leonardo si fermò. La donna teneva gli occhi fissi sul bavero della sua giacca; soltanto per un istante li alzò fino al viso.

«Complimenti. Di solito per parlare con la Procura devo fare la fila.»

Lei non sorrise. Un’auto passò lenta accanto al marciapiede. Aspettò che si allontanasse, poi disse: «De Santis frequenta un vecchio magazzino in via Ostiense.»

La mano di Leonardo si fermò sulle chiavi, dentro la tasca.

«E lei lo sa perché gli tiene l’agenda?»

«Ci va anche fuori dagli orari d’ufficio.» Fece una pausa. «Di nascosto.»

«Quello l’avevo capito dal fatto che ne stiamo parlando qui.»

La donna abbassò lo sguardo. Leonardo le lasciò qualche secondo di silenzio; non aveva intenzione di aiutarla a scegliere le parole.

«Ci sta andando adesso», disse infine.

La osservò. Aveva paura, su questo non c’erano dubbi. Non era altrettanto chiaro se temesse De Santis, quel magazzino o ciò che lui avrebbe potuto domandarle.

«Come fa a saperlo?»

Lei strinse più forte la borsa. «Vada subito.»

«Una risposta sarebbe stata più comoda.»

La donna arretrò di un passo. Dietro di loro il portone della questura si aprì e si richiuse. Lei non si voltò, ma seguì il rumore con gli occhi.

Leonardo tolse le chiavi dalla tasca. Poteva insistere e guardarla tacere ancora, oppure arrivare in via Ostiense prima che De Santis se ne andasse.

«Se mi ha mandato a perdere tempo», disse, «spero almeno che il posto abbia un bar.»

Le passò accanto. Quando raggiunse l’auto, la donna era ancora sul marciapiede, immobile davanti al portone.

Lasciò l’auto nella zona industriale di via Ostiense e percorse a piedi due isolati. Trovò il cancello verde e riconobbe l’anta più bassa dell’altra. Si fermò abbastanza lontano da osservare l’ingresso senza farsi notare. Nessuno entrò o uscì. De Santis poteva essere già dentro, oppure essersene andato. Con quella fatica addosso, Leonardo non si fidava della propria capacità di distinguere un movimento dietro le finestre sbarrate da un’ombra.

All’angolo successivo vide una trattoria con la porta aperta. Da un tavolo vicino alla finestra poteva tenere d’occhio il cancello. Entrò, scelse quel posto e chiese una carbonara, una bistecca e un quarto di rosso della casa. Mangiò mentre osservava la strada fra un boccone e l’altro. Per qualche minuto, la stanchezza della notte si allentò sotto il peso più semplice della fame.

Più volte aveva alzato gli occhi dal piatto, ma non aveva visto nessuno avvicinarsi al cancello. Il rumore del coltello sulla ceramica si mescolava a quello dei piatti che il cameriere impilava in fondo alla sala. Quando ebbe finito, si passò il tovagliolo di carta sulle labbra, mettendo fine alla tregua. Pagò e uscì.

La luce fuori era diventata più dura, quella del primo pomeriggio. Un camion passò lentamente, coprendo per un momento il magazzino. Aspettò che liberasse la strada, poi si avviò verso il cancello verde.

Leonardo spinse l’anta più bassa. Il metallo raschiò l’asfalto. Attraversò il cortile, fra erbacce e pezzi di vetro, e raggiunse la porta del magazzino. Era accostata.

Dentro, la polvere copriva il pavimento. La luce entrava dai tagli nelle lamiere e cadeva in strisce oblique sugli scaffali vuoti. Avanzò. Sotto una scarpa scricchiolò qualcosa. Si fermò.

Dal fondo arrivò un colpo metallico.

Un’ombra attraversò una fascia di luce. Vide un uomo dietro gli scaffali. L’uomo vide lui e scattò verso una porta sul retro.

«Fermo! Polizia!»

La porta sbatté. Leonardo corse. Aggirò un bancale, urtò uno scaffale con la spalla e uscì in un passaggio stretto fra due capannoni. L’uomo era già a metà strada. Giacca scura. Testa bassa. Una mano stretta contro il fianco.

Aumentò il passo. Il pasto appena consumato gli pesò nello stomaco; il fiato gli si accorciò subito. La notte insonne gli tornò addosso nelle gambe, ma non rallentò.

L’uomo svoltò dietro un furgone. Leonardo lo seguì. Un secondo furgone uscì in retromarcia da un portone. Batté la mano sulla fiancata. Il conducente frenò di colpo. Il paraurti gli sfiorò il ginocchio. Leonardo si infilò dietro il mezzo mentre l’autista gridava qualcosa dal finestrino. Davanti a lui, il fuggitivo attraversò un vicolo e raggiunse via Ostiense.

«Fermo!»

L’uomo si gettò fra le auto in coda. Leonardo arrivò al bordo del marciapiede. Un clacson esplose alla sua sinistra. Fece un passo indietro; un’auto gli passò davanti così vicino da sollevargli la giacca. Aspettò un varco. Attraversò di corsa. Uno scooter sterzò per evitarlo. Raggiunse l’altro lato senza guardare il conducente.

La giacca scura sparì oltre una recinzione da cantiere. Un pannello oscillava ancora. Leonardo ci passò attraverso.

Il terreno mancò sotto il piede.

Una tavola posata sopra uno scavo si spezzò. Cadde in avanti, afferrò la rete e rimase con una gamba sospesa nella buca. Il ginocchio batté contro il bordo di cemento. Il dolore gli salì fino alla coscia. Si tirò fuori. Riprese a correre zoppicando.

I passi dell’uomo risuonavano più avanti. Leonardo svoltò l’angolo del cantiere e lo vide per un istante, già all’imbocco di una strada più larga. Accelerò. Il respiro gli bruciava in gola. Un camion attraversò l’incrocio. Fu costretto a fermarsi.

Quando il camion passò, l’uomo non c’era più.

Raggiunse l’incrocio e guardò nelle due direzioni. Auto, furgoni, persone impegnate nei loro turni. Nessuna giacca scura. Appoggiò una mano al muro di un edificio e aspettò che il respiro smettesse di graffiargli la gola. Il ginocchio pulsava a ogni battito. Tese l’orecchio, ma nel frastuono del traffico pomeridiano non riuscì più a sentire i passi del fuggitivo.

L’uomo era sparito. Proseguire avrebbe significato scegliere una strada a caso, e lui non aveva più fiato per inseguire un’ipotesi. Tornò verso il magazzino zoppicando.

Nel cortile, il cancello verde era ancora socchiuso. Leonardo attraversò la navata e raggiunse gli scaffali da cui il fuggitivo era sbucato. Seguì con gli occhi il percorso fino alla porta sul retro. La polvere era stata smossa di recente. Vicino al piede di uno scaffale, qualcosa rifletté una striscia di luce.

Si chinò con fatica. Fra il cemento e una vite arrugginita era rimasto incastrato un tesserino di plastica.
Lo prese per i bordi. Il pass recava il nome di Alberto De Santis e il contrassegno della Procura. Guardò il punto in cui l’aveva trovato: proprio dove l’uomo aveva cambiato direzione per fuggire.
La prima ipotesi era che l’uomo in fuga fosse De Santis e avesse perso il pass. Leonardo, però, gli aveva visto soltanto la schiena. Il tesserino poteva trovarsi lì già prima che entrasse nel magazzino: non bastava a dare un nome al fuggitivo.

Si raddrizzò e ascoltò. Nessun passo. Solo il traffico filtrato dalle lamiere. Pensò alla segretaria che lo aveva mandato lì e all’uomo che era corso via appena l’aveva visto. Qualcuno era arrivato nel magazzino prima di lui. Leonardo non sapeva che cosa fosse venuto a cercare.

«Speriamo solo che gli sia andato di traverso il pranzo», mormorò, passandosi una mano sul ginocchio dolorante.

Infilò il pass nella tasca opposta a quella della fotografia e guardò ancora la porta sul retro. L’uomo era stato più veloce. Leonardo aveva finalmente qualcosa da mostrargli, se fosse riuscito a trovarlo.

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