Capitolo 10 – Dietro il nome

LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦CAPITOLO 10 – DIETRO IL NOME
Leonardo cercò il numero della Procura sul telefono. Le lettere gli si confondevano sotto il pollice. Cancellò una parola scritta male e ricominciò.

Sara rimase accanto alla scrivania.

«Prima segnati quello che ha detto.»

«Sono quattro parole.»

«Allora fai presto.»

La guardò. Lei gli spinse davanti un foglio pulito.

Posò il cellulare e prese la penna. Scrisse la frase, poi aggiunse l’ora della chiamata ricavata dal display dell’apparecchio fisso. Dal corridoio arrivò il rumore di una stampante inceppata. Qualcuno aprì uno sportello e lo richiuse con un colpo.

«Non gli restituisca il tesserino», lesse Sara.

«Non era una richiesta di informazioni.»

«Voleva fermare una restituzione.»

«Che nessuno le aveva annunciato.»

Leonardo appoggiò la penna. Il ginocchio pulsava sotto il tessuto sporco dei pantaloni. Spostò indietro la sedia e distese la gamba senza riuscire a trovare una posizione comoda.

Sara abbassò gli occhi.

«Dovresti fartelo vedere.»

«Appena trovo uno disposto a guardarlo senza farmi altre domande.»

Lei prese il foglio e lo rilesse.

«Hai riconosciuto la voce subito?»

«Sì.»

«Hai sentito altro?»

Leonardo si passò una mano sulla bocca.

«Un rumore. A intervalli. Sembrava una ruota su un pavimento sconnesso.»

«Un carrello?»

«Ho detto una ruota. Il resto non lo so.»

Sara annotò poche parole sotto la frase. Non insistette. Fuori dalla finestra un clacson rimase premuto abbastanza a lungo da coprire i passi nel corridoio.

Leonardo riprese il telefono, ma lei gli indicò il verbale del sopralluogo.

«Chi può averglielo detto?»

«Cominciamo da chi sapeva.»

Sara sedette e avvicinò la cartella.

«Noi. Gli addetti ai rilievi.»

«E chi ha ricevuto il materiale. Prima di accusare mezzo palazzo, controlliamo il percorso.»

«Potrebbe averlo saputo da De Santis.»

«A lui non l’ho detto.»

«Non significa che non lo sappia.»

Leonardo annuì. Aveva voglia di chiudere gli occhi. Soltanto un momento. Li tenne sulla collega finché la sua faccia tornò perfettamente a fuoco.

«Verifica anche quello. Ma senza telefonare in giro a chiedere chi parla con la segretaria del magistrato.»

«Non sono appena arrivata, Serra.»

«Lo so. È questo che mi impedisce di darti la colpa.»

Sara lasciò passare la battuta. Voltò una pagina, cercando il punto del ritrovamento.

La fotografia era rimasta accanto al fascicolo. Leonardo la scostò dal bordo con il dorso delle dita. Il cancello occupava solo una parte dello sfondo. Ci era arrivato grazie a quel dettaglio; dell’uomo inseguito, invece, gli restava una schiena.

«Se lei sapesse già che il documento era lì?» disse Sara.

Leonardo sollevò gli occhi.

«Prima che lo trovassi.»

«È una possibilità.»

«Forse è per questo che ti ha mandato al magazzino.»

«Allora dovrà spiegare perché non me l’ha detto stamattina.»

Sara gli restituì il foglio.

«A metà giornata.»

Guardò l’ora scritta in alto. Gli sembrava di essere uscito dalla questura il giorno prima.

«Giusto.»

Quel piccolo errore lo irritò più del dolore. Non dormire aveva smesso di essere un fastidio. Gli stava facendo perdere precisione.

Raccolse la giacca dallo schienale e la lasciò sul mobile. Nell’ufficio l’aria era pesante; dalla porta aperta entrava odore di caffè appena fatto. Non ne voleva un altro. Voleva che quello già bevuto cominciasse a rendersi utile.

«Quando la sentiamo», disse, «partiamo dalla chiamata. Chi le ha parlato del pass, quando e con quali parole.»

Sara prese una penna.

«Poi le visite a Ostiense.»

«Date, non “qualche volta”. Quella sera che lo ha seguito. E perché ha aspettato fino a oggi per cercarmi.»

«Gliel’hai già chiesto.»

«Mi ha risposto che voleva sapere dove andava.»

«Comodo.»

«Stavolta le lascio meno spazio.»

Sara scrisse le domande in fondo alla pagina. Poi separò il verbale dagli altri fogli.

«Controllo i passaggi del reperto. Dopo riprovo con l’altro partecipante alla riunione.»

«Senza dirgli cosa ha risposto il primo.»

Lei lo fissò.

Leonardo alzò una mano.

«Va bene. Questa me la potevo risparmiare.»

Sara rimise il cappuccio alla penna.

«E alla Procura cosa chiedi?»

«Di parlare con lei. Non con De Santis.»

«Potrebbero passarti prima dal suo ufficio.»

«Allora chiederò ancora. Con educazione, finché mi dura.»

Riprese il cellulare. Il numero era sullo schermo. Lo confrontò con quello riportato nella pagina dei contatti e appoggiò il gomito al tavolo.

Sara avvicinò la sedia. Davanti a lei c’erano le domande e un foglio ancora bianco per le risposte.

Leonardo portò il pollice sul tasto di chiamata.

Premette il tasto.

Uno squillo. Poi un colpo contro il microfono.

«Pronto.»

Era lei.

Leonardo abbassò gli occhi sullo schermo. Aveva composto la linea dell’ufficio. Nessun centralino, nessun impiegato a chiedergli di aspettare.

«Sono Serra.»

Dall’altra parte sentì un respiro corto. La donna provò a dire qualcosa, ma gli arrivò soltanto una consonante.

Sara smise di muovere la penna.

«Mi sente?» chiese lui.

«Sì.»

La voce era bassa, senza il controllo che aveva mantenuto sul pianerottolo della Procura. Un fruscio coprì il resto. Stoffa contro il telefono, forse una mano.

Leonardo accostò meglio l’apparecchio all’orecchio.

«Dove si trova?»

«Non posso…»

«Non le sto chiedendo di spiegarmi tutto. Mi dica dove.»

Un rumore raschiò sotto la sua voce.

Rotolamento. Pausa. Due piccoli urti ravvicinati.

Lo riconobbe prima ancora che ricominciasse. Era lo stesso suono della chiamata precedente, adesso più distinto. Una ruota che avanzava male su una superficie irregolare.

Strinse il cellulare. La stanchezza smise di pesargli sugli occhi.

Sara gli vide cambiare espressione e si sporse sul tavolo.

Lui attivò il vivavoce. Posò l’apparecchio fra loro senza staccare le dita dai bordi.

«La sento male. Può parlare un po’ più vicino?»

«Così mi sente.»

Leonardo rimase fermo.

«Chi?»

Nessuna risposta.

Sara tirò a sé il foglio delle domande. Accanto alla frase sul tesserino scrisse una sola parola: *dove*. La sottolineò.

«È ancora in Procura?» domandò lui.

«No.»

«È per strada?»

«Sono scesa.»

Il rumore riprese. Un tratto più lungo, poi un arresto brusco. La donna trattenne il fiato. Leonardo fece lo stesso, cercando di distinguere qualcosa nel silenzio.

Non sentì altre voci.

«Scesa dove?»

«Sotto.»

Sara si tese sulla sedia. Aveva già preso il proprio telefono, ma aspettava un’indicazione utilizzabile.

«Mi serve un indirizzo», disse Leonardo. «Anche il nome di una strada.»

«Non lo so.»

«Va bene. Guardi intorno. Che cosa vede?»

Un raschio breve attraversò l’altoparlante.

«Una rampa.»

«Per le automobili?»

«Credo.»

Leonardo si alzò senza pensarci. La gamba ferita si irrigidì; appoggiò il palmo alla scrivania e rimase in piedi.

«Ci sono macchine?»

«Non qui.»

«Insegne? Numeri sulle pareti?»

La donna respirava dalla bocca. Ogni tanto sembrava allontanare l’apparecchio, poi tornava tanto vicina da far vibrare il microfono.

«Non posso accendere…»

Si fermò.

Leonardo guardò Sara. Lei aveva scritto *rampa* e *buio*, lasciando spazio sotto.

«Non accenda niente», disse. «Mi ascolti soltanto.»

Dall’altra parte arrivò un piccolo scatto. Metallo contro metallo.

«Chi le ha detto del pass?»

La risposta fu quasi un soffio.

«Non doveva averlo.»

«De Santis?»

«Non…»

Il suono della ruota coprì la sillaba successiva. Leonardo abbassò il viso verso il telefono.

«Non ho capito.»

«Non lo dia a nessuno.»

Sara sollevò gli occhi dal foglio.

«È custodito», rispose lui. «Nessuno lo sta restituendo.»

«Non basta.»

Per la prima volta la voce salì. Subito dopo si strozzò in un colpo di tosse che la donna cercò di soffocare.

Leonardo aspettò. Aveva la bocca asciutta.

«Che cosa dobbiamo cercare?»

«Dietro.»

Guardò la fotografia accanto al fascicolo, poi tornò allo schermo.

«Dietro cosa?»

«Il tesserino.»

Sara scrisse, premendo tanto da lasciare il segno sul foglio sotto.

Leonardo tenne il tono basso.

«Che cosa c’è sul retro?»

«Io non…»

Un urto interruppe la frase. Il telefono della donna sembrò strisciare contro una superficie dura. Per qualche secondo sentirono solo rumori confusi.

«Mi sente ancora?»

Un respiro.

«Sì.»

«Resti con me. Quella rampa: l’ha percorsa a piedi?»

La donna non rispose.

«Mi dica almeno come è arrivata lì.»

«Aspetti.»

Leonardo chiuse la bocca.

La ruota avanzò di nuovo. Lenta. Si fermò, ripartì per pochi centimetri. Stavolta il rumore era più forte della sua voce.

Sara si sollevò appena dalla sedia. Lui le mostrò il palmo: ancora un momento.

Dall’altoparlante arrivò un sussurro.

«Non sono…»

Un colpo secco.

Leonardo si chinò sul tavolo.

«Pronto?»

Niente.

«Mi risponda.»

Sul display i secondi continuarono a scorrere. Poi scomparvero. Rimase il numero composto.

Per un istante nessuno si mosse. Dal corridoio non arrivava più la stampante. Si sentiva soltanto il traffico oltre i vetri.

Leonardo sollevò gli occhi.

Sara era rimasta con la penna sospesa sopra quelle tre parole: *dietro il tesserino*.

Si guardarono. Lei non gli chiese che cosa avesse sentito.

Leonardo toccò il numero sul display. La chiamata ripartì, squillò senza risposta.

«Rispondi, cazzo.»

Abbassò il telefono con un colpo sul tavolo. Nel movimento urtò la gamba contro il cassetto. La fitta gli tolse il respiro. Si piegò, aggrappato al bordo della scrivania, e gli uscì un grugnito.

Sara era già al telefono.

«Possibile persona in pericolo. Una donna. Ultimo luogo in cui è stata vista: Procura.»

Leonardo scosse la testa, ancora curvo.

«Non sappiamo se è lì.»

Lei annuì senza interrompere la comunicazione.

«Potrebbe essere nei locali interrati. Ha parlato di una rampa, forse carrabile. Fate controllare garage, accessi di servizio e sotterranei. Serve qualcuno che conosca l’edificio.»

Ascoltò, poi precisò l’ufficio in cui lavorava la segretaria.

Lui si raddrizzò a fatica. Aveva la bocca impastata e un peso nello stomaco che non c’entrava più con il pranzo. Una notte senza sonno, una corsa da coglione. Adesso gli bastava un cassetto per metterlo fuori uso.

Prese una bottiglietta dal mobile. Bevve. L’acqua era tiepida.

Sara chiuse e passò a un’altra chiamata.

«Il telefono», disse Leonardo. «Verifica dove arriva quella linea. Ho chiamato l’ufficio, ma lei diceva di essere altrove.»

Sara annotò il numero. Lui le lasciò il posto davanti al fisso e raggiunse la porta.

«Dove vai?»

«A vedere il retro.»

Lei guardò il foglio.

«Lo faccio portare.»

«Tu occupati di lei.»

Nel corridoio dovette rallentare. Ogni appoggio tirava dentro l’articolazione. Una collega si scostò per lasciarlo passare; lui fece un cenno, senza fermarsi.

Raggiunse la stanza dove era stato consegnato il materiale del sopralluogo. Il tecnico alzò gli occhi dal banco.

«Mi serve il pass di De Santis.»

«È stato preso in carico.»

«Bene. Allora sappiamo dov’è.»

L’uomo gli guardò i pantaloni, poi il viso.

«Deve essere esaminato.»

«Adesso. Con me.»

Il tecnico posò la penna.

Leonardo si appoggiò allo stipite. Aveva il fiato corto per trenta metri di corridoio.

«La donna che ci ha avvertiti ha appena interrotto un’altra chiamata. Prima ha detto di guardare dietro il tesserino. Non so cosa volesse indicarci.»

L’altro si alzò.

«Non apriamo la confezione qui. Vengo nel suo ufficio e registro il controllo.»

«Porta anche una lente.»

Tornarono insieme. Il tecnico teneva la custodia dentro un contenitore rigido. Leonardo gli camminava accanto, con il passo storto di chi tenta ancora di nascondere una zoppia evidente.

Sara era in piedi vicino alla finestra.

«Stanno mandando personale agli accessi. La sicurezza interna cerca la donna nel suo ufficio e negli spazi comuni.»

«E la linea?»

«Verificano un’eventuale deviazione. Ancora niente.»

Leonardo indicò la scrivania al tecnico. Spostò il fascicolo, lasciando la fotografia al suo posto, e accese la lampada.

La luce tagliò i faldoni sul fondo. Il resto della stanza rimase nel grigio del pomeriggio.

L’uomo indossò i guanti. Controllò l’etichetta, annotò l’operazione e aprì la custodia. Posò il documento su un supporto pulito, con il retro rivolto in alto.

Una banda magnetica. Scritte di servizio. Graffi.

Leonardo si chinò.

Niente che spiegasse quella telefonata.

«Giralo un poco.»

Il tecnico cambiò l’inclinazione. La plastica restituì un riflesso bianco. Leonardo spostò la lampada e prese la lente che l’altro aveva appoggiato sul tavolo.

Sara si avvicinò, senza toccare nulla.

«Che cosa cerchi?»

«Quello che non ho guardato.»

Nel magazzino gli erano bastati un nome e il contrassegno della Procura. Aveva raccolto il reperto con il ginocchio a pezzi e la rabbia della corsa ancora addosso. Il resto lo aveva affidato a chi doveva esaminarlo.

Adesso passò lentamente sulla superficie.

Vicino alla banda c’era un segno obliquo. Lo seguì fino al margine. Non era isolato. Altri tratti, più corti, gli correvano accanto.

«Fermo così.»

Il tecnico trattenne il supporto.

Leonardo avvicinò la lente. Vide una curva, poi due linee sottili. Sollevò il viso e tornò a guardare da un’altra angolazione.

«Fotografalo.»

«Prima con la scala.»

«Come ti pare. Basta che si legga.»

Aspettò mentre l’uomo preparava lo scatto. Sara tornò al telefono per rispondere a una chiamata. Parlò piano, voltata verso il muro.

Quando si avvicinò di nuovo, Leonardo le lasciò la lente.

«Sotto la banda. Verso destra.»

Lei si piegò.

Tre cifre incise nella plastica. Minuscole. I solchi avevano raccolto sporco, rendendole appena più scure del fondo.

317.

Sara rimase china un momento, poi alzò gli occhi.

«La chiave.»

«Lo stesso numero.»

«Può essere una coincidenza.»

«Sì.»

Il tecnico controllò a sua volta.

«Non sembra una stampa. Qualcuno ha graffiato la superficie.»

«Documenta tutto. Non pulirlo prima delle fotografie.»

Dalla radio portatile arrivò una voce spezzata. Un accesso individuato, una richiesta di accompagnamento. Poi due comunicazioni sovrapposte. Nessuna notizia della donna.

Leonardo restò davanti al tavolo.

Non sapeva chi avesse inciso quelle cifre. Né chi avesse usato il pass.

Sotto la lampada, però, il nome di Alberto De Santis era rivolto verso il basso.

A loro restava da leggere quello che qualcuno aveva scritto dietro.

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