Capitolo 7 – La fotografia

LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦CAPITOLO 7 – LA FOTOGRAFIA

La mattina successiva Leonardo arrivò in questura prima delle otto.

Aveva dormito poco, ma non abbastanza poco da poter dare la colpa alla stanchezza per il pensiero che continuava a tornargli in mente.

La fotografia era rimasta sulla scrivania.

Elena Valenti sorrideva all’obiettivo. Alberto De Santis le teneva una mano sulla spalla con una naturalezza che non apparteneva a due persone che si erano incontrate qualche volta durante eventi ufficiali. Non era il gesto in sé a interessare Leonardo. Era ciò che quel gesto raccontava se confrontato con le parole pronunciate dal magistrato.

De Santis aveva parlato di Elena.

Aveva raccontato la sua morte.

Aveva ricordato la discussione con Bellini e con l’uomo dalla voce calma.

Aveva persino ammesso di aver fornito informazioni a Clara.

Ma non aveva mai detto che tra lui ed Elena esistesse una confidenza tale da rendere quella fotografia perfettamente naturale.

Leonardo aveva imparato da tempo che le omissioni erano più interessanti delle bugie. Una bugia richiede un’invenzione; un’omissione, invece, permette a chi la usa di continuare a considerarsi sincero.

Sara entrò con due bicchieri di caffè.

— Hai dormito? — gli chiese.

— Abbastanza — rispose Leonardo.

Sara gli mise un bicchiere davanti.

— Quindi no.

Leonardo prese il caffè senza ringraziarla. Era una delle forme più consolidate della loro amicizia.

Sara guardò la fotografia.

— Continui a pensare a De Santis.

— Continuo a pensare a quello che non ci ha detto — rispose Leonardo.

— Ha mentito.

Leonardo bevve un sorso.

— Le due cose non sono sinonimi.

Sara si sedette.

— No. Ma quando un magistrato dimentica un particolare del genere, qualche domanda viene.

Leonardo osservò ancora l’immagine.

— Non sono io quello che si è fatto fotografare con una mano sulla spalla di Elena e poi ha dimenticato di raccontarci che la conoscesse.

Sara inclinò la testa.

— “Conoscesse” mi sembra un modo molto prudente di definirlo.

— Aspettiamo che sia lui a scegliere il verbo — rispose Leonardo.

— Lo chiamiamo?

Leonardo guardò l’orologio.

— Tra un’ora.

Sara lo osservò.

— Perché aspettare?

— Perché voglio che abbia il tempo di sapere che lo stiamo cercando.

Sara sorrise appena.

— Ti piace rendere nervose le persone.

— Soltanto quelle che mi nascondono qualcosa.

— Una categoria piuttosto ampia.

Leonardo riprese la fotografia.

Non gli piaceva arrivare a una conclusione prima di avere abbastanza elementi. Era uno dei motivi per cui diffidava delle persone troppo sicure: spesso non avevano capito più degli altri, avevano semplicemente smesso prima di farsi domande.

De Santis poteva aver nascosto una relazione.

Poteva aver protetto la propria carriera.

Poteva aver protetto Elena.

Oppure poteva aver avuto un motivo molto peggiore.

Per il momento, però, restavano soltanto ipotesi.

E Leonardo detestava le possibilità quando cercavano di travestirsi da prove.

Poco dopo le nove, Alberto De Santis entrò nel suo ufficio.

Non aveva l’aspetto dell’uomo elegante e perfettamente controllato che Leonardo aveva incontrato la prima volta. Era comunque impeccabile nel vestire, ma gli occhi tradivano una notte complicata.

Chiuse la porta.

— Mi hanno detto che voleva vedermi.

Leonardo indicò la sedia.

De Santis rimase in piedi.

— Preferisco così.

Leonardo lo guardò.

— Si sieda, De Santis. Sarà una conversazione lunga.

Il magistrato esitò appena, poi si accomodò.

Sara era rimasta vicino alla finestra.

Leonardo prese la fotografia e la appoggiò sul tavolo.

Non disse nulla.

De Santis abbassò lo sguardo sull’immagine e, per un istante, perse qualcosa del controllo che aveva mantenuto fino a quel momento. Non sembrava sorpreso di vedere Elena accanto a sé. Sembrava piuttosto aver riconosciuto immediatamente quella sera e, soprattutto, aver capito perché Leonardo gli stesse mostrando proprio quella fotografia.

Leonardo aspettò.

Il silenzio, negli interrogatori, aveva un vantaggio che molte persone sottovalutavano: prima o poi qualcuno sentiva il bisogno di riempirlo.

Fu De Santis a farlo.

— Dove l’avete trovata?

— Nella fodera del cappotto di Giulio Severi — rispose Leonardo.

Il magistrato tornò a guardare la fotografia.

— Non sapevo che esistesse.

— Questo posso crederlo.

De Santis alzò gli occhi.

— Immagino che ci sia una seconda parte.

— C’è quasi sempre.

Leonardo si appoggiò allo schienale.

— Quanto conosceva Elena Valenti?

De Santis non rispose subito.

— Le ho già raccontato…

— No — lo interruppe Leonardo.

Parlò senza alzare la voce.

— Lei mi ha raccontato cosa accadde quella sera. Le ho chiesto quanto conoscesse Elena.

Il magistrato osservò Sara, poi tornò su Leonardo.

Sembrava calcolare le possibilità rimaste.

Alla fine smise.

— Avevamo una relazione.

Sara non si mosse.

Leonardo neppure.

— Da quanto tempo? — chiese Leonardo.

— Circa otto mesi.

— Otto mesi.

— Sì.

— E ha ritenuto che non fosse importante raccontarcelo?

De Santis abbassò lo sguardo.

— Non ho detto che non fosse importante.

— Ha fatto di meglio. Non lo ha detto affatto.

Il magistrato inspirò lentamente.

— All’epoca ero sposato.

Leonardo non distolse gli occhi da lui.

— Quindi aveva parecchie ragioni per tenere nascosta quella relazione.

— Sì — ammise De Santis.

La risposta arrivò senza tentativi di giustificazione, e proprio questo attirò l’attenzione di Leonardo.

— Sua moglie lo sapeva?

— No.

— Clara?

— Non all’inizio.

— Quando lo scoprì?

De Santis rimase qualche secondo in silenzio.

— Dopo la morte di Elena.

Sara si staccò dalla finestra.

— Da chi lo seppe?

— Da me — rispose il magistrato.

Leonardo incrociò le mani sulla scrivania.

— Perché glielo disse?

De Santis lo guardò.

— Perché continuava a chiedermi cosa sapessi. Perché non riusciva ad accettare la versione dell’incidente. E perché a un certo punto capii che mentirle non avrebbe fatto altro che convincerla che avessi qualcosa a che fare con la morte di sua sorella.

Leonardo lo osservò.

— E invece lei aveva soltanto qualcosa da nascondere.

— Non è la stessa cosa — replicò De Santis.

Leonardo accennò un sorriso privo di allegria.

— Vede? Su questo siamo d’accordo.

Sara gli rivolse un’occhiata, ma non intervenne.

De Santis prese la fotografia e la osservò più attentamente.

— Era stata scattata prima di cena.

— Se lo ricorda? — domandò Leonardo.

— Ricordo Elena.

Per la prima volta la voce del magistrato perse qualcosa della rigidità professionale.

Leonardo lo notò. Non bastava per stabilire se fosse dolore, rimorso o semplice nostalgia, ma era la prima crepa autentica nel modo controllato in cui De Santis aveva parlato fino a quel momento.

— Mi racconti di lei — disse Leonardo.

De Santis sollevò lo sguardo.

— Cosa vuole sapere?

— Non cosa faceva. Non dove lavorava. Quello lo sappiamo. Voglio sapere chi era.

Il magistrato appoggiò lentamente la fotografia sul tavolo.

— Era ostinata.

Leonardo lo guardò.

— Non sembra un complimento.

Per Elena lo era.

Un sorriso breve attraversò il volto di De Santis.

— Quando Elena era convinta di avere ragione diventava insopportabile. E il problema era che, molto spesso, aveva ragione davvero.

Leonardo rimase in silenzio, lasciandolo continuare.

— Aveva cominciato a occuparsi dei conti della fondazione quasi per caso — spiegò De Santis. — All’inizio erano incongruenze piccole. Fatture che non tornavano. Consulenze pagate più volte. Società che ricevevano denaro per attività difficili da verificare.

— Bucarest — disse Leonardo.

De Santis annuì.

— Anche Bucarest. Ma non soltanto.

— E lei quando lo seppe?

— Qualche settimana prima della sua morte.

— Elena gliene parlò?

— All’inizio in modo generico. Pensava che si trattasse di una gestione poco trasparente. Poi cambiò atteggiamento.

Leonardo si sporse leggermente in avanti.

— In che modo?

De Santis appoggiò i gomiti sulle ginocchia.

— Cominciò ad avere paura.

Leonardo si soffermò su quella parola. Fino a quel momento avevano parlato soprattutto di documenti, denaro e irregolarità finanziarie. Sapere che Elena aveva cominciato ad avere paura cambiava il significato di ciò che stavano ricostruendo. Forse non aveva scoperto soltanto un sistema di corruzione. Forse aveva capito che dietro quei movimenti di denaro c’era qualcuno abbastanza potente da rappresentare un pericolo concreto.

Leonardo ricordò Clara e il modo in cui aveva reagito quando lui le aveva parlato della chiave 317.

Allora è già troppo tardi.

— Paura di Bellini? — chiese.

— Non credo — rispose De Santis.

— Severi?

— Nemmeno.

— Allora di chi?

De Santis scosse lentamente la testa.

— Non me lo disse.

Leonardo lo fissò.

— Oppure lei non vuole dirlo a noi.

Il magistrato alzò gli occhi.

— Se sapessi chi ha ucciso Elena glielo direi.

— Perché?

La domanda lo sorprese.

— Come sarebbe perché?

Leonardo non cambiò tono.

— Sei anni fa ha nascosto la relazione per proteggere la sua vita privata e la sua carriera. Adesso dovrei credere che improvvisamente abbia smesso di avere qualcosa da perdere?

De Santis lo fissò a lungo.

— Crede che sia stato io?

— Credo che abbia mentito.

— Di nuovo quella parola.

— È una parola comoda.

— Anche sospettare lo è.

Leonardo rimase immobile.

Quella risposta gli interessò perché, per un momento, De Santis aveva smesso di parlare come un magistrato abituato a controllare ogni frase. Aveva reagito come un uomo stanco di sentirsi osservato e giudicato.

Questo non lo rendeva innocente.

Ma lo rendeva più difficile da leggere.

Leonardo tornò alla notte del quattordici ottobre.

— La sera del quattordici ottobre incontrò Elena da solo?

Alla domanda, l’espressione di De Santis cambiò appena. Fu una reazione minima, ma Leonardo la notò: il magistrato sembrò improvvisamente più a disagio. Era una conferma indiretta di ciò che Clara gli aveva raccontato. De Santis ed Elena si erano davvero incontrati da soli poco prima della morte della donna.

— Sì — ammise infine De Santis.

Sara si avvicinò alla scrivania.

— Dove vi incontraste?

— Nello studio al piano superiore.

— Per quanto tempo? — chiese Sara.

— Dieci minuti. Forse quindici.

Leonardo riprese la domanda.

— Di cosa avete parlato?

De Santis si passò una mano sul volto.

— Voleva consegnare dei documenti.

Leonardo si irrigidì appena.

— A lei?

— No.

— A chi?

— Non me lo disse.

Leonardo lo studiò.

— Clara sostiene che Elena volesse affidarli a una persona della procura.

Il magistrato non mostrò sorpresa.

— È possibile.

— Lei era già magistrato — osservò Leonardo.

— Sì.

— Aveva una relazione con Elena.

— Sì.

— Eppure non aveva scelto lei.

De Santis abbassò di nuovo lo sguardo sulla fotografia.

Quella volta impiegò più tempo a rispondere.

— No.

Leonardo comprese che erano arrivati a un punto che il magistrato avrebbe preferito evitare.

— Perché?

De Santis rispose senza guardarlo.

— Perché non si fidava abbastanza.

Sara sollevò gli occhi.

Leonardo non disse nulla. Voleva che fosse De Santis a spiegare fino in fondo quella frase.

Il magistrato continuò.

— Avevamo litigato per questo. Le avevo chiesto di lasciar perdere. Le dissi che non sapeva con chi aveva a che fare.

— E Elena cosa rispose? — chiese Leonardo.

Sul volto di De Santis comparve un sorriso triste.

— Mi disse che era proprio quello che voleva scoprire: chi ci fosse davvero dietro a tutto.

Leonardo registrò mentalmente quella frase. Elena aveva scoperto le irregolarità finanziarie legate alla fondazione, ma evidentemente sospettava che Bellini non fosse il vertice del sistema. Stava cercando di capire chi ci fosse realmente dietro quei movimenti di denaro e, forse, era proprio quella ricerca ad averla messa in pericolo.

— Poi cosa successe? — domandò Leonardo.

— Elena tornò dagli altri. Io rimasi nello studio ancora qualche minuto.

Leonardo ripensò a ciò che De Santis aveva raccontato durante il loro precedente incontro.

— E più tardi la vide discutere con Bellini e con quell’altro uomo.

De Santis annuì.

— Sì. Passai davanti alla stanza e li vidi insieme. Elena era spaventata.

— E circa venti minuti dopo cadde dalla terrazza.

— Sì.

— Perché nascose la relazione durante l’indagine? — chiese.

De Santis guardò la fotografia.

— Perché ero un codardo.

Sara rimase immobile.

Leonardo inclinò appena la testa.

— Questa non me l’aspettavo.

— Voleva la verità — rispose De Santis.

— Non significa che mi debba piacere.

Il magistrato si alzò.

— Avevo una moglie, una figlia piccola e una carriera appena iniziata. Se fosse venuto fuori che avevo una relazione con la donna morta durante quella cena sarei finito dentro l’indagine prima ancora che qualcuno si chiedesse cosa fosse realmente accaduto. Ho protetto me stesso.

Leonardo lo guardò.

— Come?

— Conoscevo chi seguiva il caso. Chiesi che il mio nome rimanesse fuori finché non fosse stato strettamente necessario.

— E non lo fu mai.

— No.

Leonardo continuò a osservarlo. De Santis non stava cercando di trasformare la propria scelta in qualcosa di nobile. Aveva ammesso di aver protetto se stesso, la propria famiglia e la propria carriera. Era una motivazione egoistica, ma profondamente umana, e proprio per questo risultava credibile.

Il problema era che una spiegazione credibile non equivaleva necessariamente alla verità.

De Santis fece un passo verso la porta.

— Posso andare?

— Per il momento — rispose Leonardo.

Il magistrato afferrò la maniglia, poi si fermò.

— Commissario.

Leonardo aspettò.

— Se trova Clara…

— Quando la troverò — lo corresse Leonardo.

De Santis accettò la precisazione.

— Le dica che su Elena ho mentito.

Leonardo lo guardò.

— Questo lo sa già.

— Non su tutto.

Poi uscì.

Sara rimase qualche secondo a fissare la porta chiusa.

— Lo odi? — chiese.

— No.

— Gli credi?

— Nemmeno.

Sara sospirò.

— Fantastico. Abbiamo fatto progressi.

Leonardo prese la fotografia.

— Abbiamo scoperto perché Clara non si fidava di lui.

— Almeno in parte — precisò Sara.

Leonardo la guardò.

— Stai imparando da De Santis.

Sara sorrise.

— È contagioso.

Leonardo guardò l’ora.

Era quasi l’una.

Lo stomaco gli ricordò che dalla sera precedente aveva vissuto essenzialmente di caffè.

Sara notò che stava prendendo il cappotto.

— Dove vai?

— A mangiare.

Sara lo guardò con autentica sorpresa.

— Stai male?

— Probabile.

— Vuoi che chiami qualcuno?

Leonardo infilò il cappotto.

— Se non torno entro un’ora, avverti la scientifica.

— Finalmente una procedura sensata — rispose Sara.

Leonardo si fermò da Leon poco dopo l’una.

Il locale era pieno senza essere rumoroso. Il soffitto era quasi nascosto dalle molte piante che scendevano dall’alto, una delle prime cose che avevano colpito Leonardo quando aveva cominciato a frequentare il locale. Gli piaceva quell’impressione di entrare in un posto separato dal resto della città, pur restando nel cuore di Roma.

Il bancone rifletteva la luce delle vetrate e dai tavoli arrivava quel miscuglio di conversazioni che Leonardo aveva sempre trovato rassicurante. Persone che parlavano di lavoro, figli, vacanze, partite, bollette, amori finiti e amori che avrebbero fatto meglio a finire.

Problemi normali.

Ogni tanto ne sentiva nostalgia.

Giulia lo vide entrare e lo salutò con la solita ironia.

— Sei vivo.

Leonardo si avvicinò al suo tavolo.

— Anche tu sembri in buona forma.

Giulia gli rivolse uno sguardo eloquente.

— Io mangio.

Leonardo si sedette.

— Interessante teoria.

Giulia lo seguì fino al tavolo.

— Tu invece pensi che due caffè siano un pasto completo.

— Dipende dalla dimensione della tazzina — rispose Leonardo.

Giulia lo guardò per qualche secondo.

— Ti porto qualcosa.

Leonardo sollevò gli occhi.

— Posso scegliere?

— No — rispose Giulia.

— Allora perché me lo dici?

— Educazione.

Giulia si allontanò.

Marco era seduto poco più avanti con il giornale aperto davanti.

Quando vide Leonardo, piegò lentamente una pagina.

— Non ti vedevo da qualche giorno — disse Marco.

— Lavoro — rispose Leonardo.

Marco annuì.

— Lo immaginavo. Le persone normali quando spariscono hanno un’amante.

Leonardo si tolse il cappotto.

— Anche De Santis.

Marco abbassò il giornale.

— Chi?

Leonardo si accorse di aver parlato senza pensarci.

— Nessuno.

Marco lo guardò divertito.

— Hai cominciato a parlare da solo?

— È l’unico modo per avere conversazioni intelligenti — rispose Leonardo.

Marco tornò al giornale.

— Questo spiega molte cose.

Giulia arrivò con un piatto e lo posò davanti a Leonardo.

Leonardo lo guardò.

— Cos’è?

— Cibo — rispose Giulia.

— Molto specifico.

— Mangia.

Giulia si allontanò di nuovo.

Marco la seguì con lo sguardo, poi tornò su Leonardo.

— Ti tratta ancora come quando avevi dodici anni?

— Non la conoscevo a dodici anni.

Marco sorrise.

— Lei non lo sa.

Leonardo prese la forchetta.

Per qualche minuto parlarono di niente.

Era una delle qualità che Leonardo apprezzava di Marco: non aveva bisogno di trasformare ogni silenzio in una confessione. Dopo una mattinata passata a cercare significati nascosti nelle parole di De Santis, Leonardo apprezzava il lusso di una conversazione che non nascondeva nulla.

Poi Marco lo osservò più attentamente.

— Hai quella faccia.

Leonardo sospirò.

— Anche Sara dice che ho una faccia.

Marco sorrise.

— Ce l’hai da sempre.

— Questa conversazione sta diventando offensiva.

— Intendo quella che fai quando hai qualcosa davanti agli occhi e non riesci a capire cosa sia.

Leonardo smise di mangiare.

Marco lo conosceva da abbastanza tempo da riconoscere certe sue abitudini senza bisogno di spiegazioni.

— Ti conosco da trent’anni — aggiunse.

— Ventotto — lo corresse Leonardo.

— I primi due cerco di dimenticarli.

Leonardo bevve un sorso d’acqua.

Pensò alla fotografia.

A Elena.

A De Santis.

A quella mano sulla sua spalla.

E alla sensazione che, nonostante tutto quello che avevano appena scoperto, nell’immagine ci fosse ancora qualcosa che non avevano visto.

Finì di mangiare.

Giulia tornò con un caffè senza che lui lo avesse chiesto.

Leonardo guardò la tazzina.

— Questo almeno l’avevo ordinato mentalmente.

— Con te funziona così — rispose Giulia.

Leonardo sorrise.

Quando uscì da Leon, Roma aveva il colore chiaro dei primi pomeriggi, quando il sole rendeva quasi difficile credere che nelle stesse strade potessero esistere omicidi, ricatti e uomini convinti di possedere il diritto di giudicare gli altri.

Gli piaceva Roma anche per questo.

Non collaborava mai con il dolore.

Continuava a essere bella indipendentemente da ciò che accadeva alle persone.

Quando tornò in questura, Sara aveva la fotografia davanti a sé.

Appena lo vide entrare gli fece cenno di avvicinarsi.

— Vieni a vedere.

Leonardo appoggiò il cappotto.

— Se hai trovato un altro amante di Elena mi licenzio.

Sara alzò gli occhi.

— Non fare promesse che potrebbero migliorare l’ufficio.

Poi gli indicò il margine sinistro dell’immagine.

— Guarda qui.

Leonardo si chinò.

Dietro Bellini, quasi completamente coperta dal corpo dell’editore, c’era un’altra persona.

Del volto non si vedeva abbastanza per riconoscerla.

Un tratto della fronte.

Una parte della guancia.

Una spalla.

Leonardo osservò la fotografia.

— Non possiamo identificarlo.

— Lo so — rispose Sara.

— Allora cosa devo guardare?

Sara indicò il polso della persona quasi nascosta.

— L’orologio.

Leonardo si avvicinò.

La cassa era rettangolare, il quadrante chiaro e il cinturino scuro. Non sembrava un modello particolarmente raro, almeno a prima vista.

Eppure qualcosa gli risultava familiare.

— L’ho fatto ingrandire — spiegò Sara.

Gli porse una stampa.

Leonardo la prese.

L’orologio occupava quasi tutta l’immagine.

Lo osservò attentamente.

Non provò la sensazione netta di ricordare una persona. Fu qualcosa di più vago: la certezza di aver già notato quell’orologio in un’altra occasione, senza riuscire a collegarlo immediatamente a un volto o a un luogo.

Sara notò il cambiamento nella sua espressione.

— Che c’è?

Leonardo continuò a guardare l’immagine.

— Credo di averlo già visto.

— L’orologio?

— Sì.

Sara si avvicinò.

— Dove?

Leonardo scosse lentamente la testa.

— Non riesco a ricordarlo.

Sara sospirò.

— Molto utile.

Leonardo appoggiò la stampa accanto alla fotografia originale.

La sua memoria funzionava spesso in quel modo. Era molto più bravo a ricordare comportamenti, gesti e dettagli ricorrenti che a richiamare volontariamente un’immagine nel momento esatto in cui gli serviva. A volte bastava aspettare che un particolare trovasse da solo il proprio posto.

Quell’orologio, però, continuava a provocargli una sensazione precisa.

Lo aveva già visto.

Sara prese la fotografia.

— Potrebbe essere qualunque cosa.

— Certo — rispose Leonardo.

— Potrebbe non significare niente.

— Anche questo è possibile.

Sara lo osservò.

— E allora perché hai quella faccia?

Leonardo sollevò gli occhi.

— Quale faccia?

Sara sorrise.

— Quella che fai quando dici che una cosa potrebbe non significare niente e hai già deciso che non ci credi.

Leonardo tornò a guardare l’uomo quasi invisibile nella fotografia.

Sei anni prima quella persona era stata nella villa di Bellini ed era comparsa abbastanza vicino a Elena da finire nella stessa immagine. Questo, da solo, non dimostrava nulla.

Ma Leonardo aveva già visto quell’orologio.

Non riusciva ancora a ricordare dove.

E non sapeva ancora su chi.

Per il momento gli bastava una sola certezza.

Quell’uomo non era appena entrato nella loro storia.

C’era già.

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