LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦ CAPITOLO 6 – LA CARITÀ DEI GIUSTI
Leonardo restò nella piazza per alcuni secondi, con il telefono ancora in mano. Intorno a lui Roma continuava la propria giornata senza preoccuparsi dei misteri degli altri. Gli autobus scaricavano passeggeri, i motorini cercavano spazi che non esistevano e un venditore ambulante disponeva le proprie merci su un telo come se il mondo fosse un luogo prevedibile.
Richiamò il numero.
Rispose una voce registrata: l’utenza non era disponibile.
Sara arrivò venti minuti dopo.
— Clara era qui?
— Sì.
— E l’hai lasciata andare?
— Non le ho aperto la porta.
— Molto spiritoso.
Leonardo le mostrò il messaggio.
Sara lo lesse due volte.
— Ci stavano osservando.
— O ascoltando.
— Clara ti ha detto qualcosa?
— Che l’uomo con il cappotto scuro era a casa sua questa mattina.
— E?
— Dice che le ha salvato la vita.
Sara lo fissò.
— Da chi?
— Ha preferito lasciarmi con la curiosità.
— Comincio a trovarla irritante.
— È un punto a suo favore.
— Naturalmente.
Leonardo le raccontò della telefonata di Elena a Clara, dei sospetti su De Santis e del sistema di copie che si nascondeva dietro il nome agenda nera. Sara ascoltò senza interromperlo, ma il suo sguardo cambiò quando sentì nominare la chiave.
— Se Clara ha ragione, quella chiave conduce a una parte dei documenti.
— Oppure a qualcosa che indica dove trovarli.
— E qualcuno sa che l’abbiamo trovata.
— Qualcuno sa molte cose.
Sara infilò le mani nelle tasche.
— Torniamo da De Santis?
— No.
— Perché?
— Perché sa già che abbiamo scoperto il suo nome nell’elenco. Voglio vedere che cosa farà prima che capisca fin dove siamo arrivati.
— Che sarebbe?
— Non abbastanza.
Il telefono di Sara squillò. Rispose allontanandosi di qualche passo, poi si voltò verso Leonardo con un’espressione che cancellò ogni traccia di ironia.
— Hanno trovato un corpo a Piazza Navona.
— Identificato?
— Giulio Severi.
Leonardo guardò l’ora. Erano passati meno di quaranta minuti dall’incontro con Clara.
— Presidente della Fondazione Rinascita.
— E uno dei volti sulla sua bacheca.
Raggiunsero Piazza Navona nel tardo pomeriggio. Il cielo basso e carico di pioggia aveva tolto luce alla piazza, svuotando gran parte dei tavolini e spingendo i turisti sotto le tende dei locali. Sul selciato bagnato i palazzi si riflettevano in forme incerte, mentre la Fontana dei Quattro Fiumi sembrava emergere da una Roma più antica, abituata da secoli al potere, alle guerre e alle menzogne.
L’acqua scivolava sulle rocce scolpite e cadeva nella vasca con un suono regolare, indifferente. Le figure dei quattro continenti sembravano osservare la piazza da un tempo in cui gli uomini attribuivano alle statue più dignità di quanta ne concedessero ai propri simili.
Il corpo di Severi era seduto su una panchina laterale, rivolto verso la fontana. Da lontano avrebbe potuto sembrare un uomo che si fosse fermato a contemplare la piazza sotto la pioggia.
La morte era sempre più discreta di quanto la gente immaginasse.
Leonardo superò il nastro e raggiunse il medico legale.
— Da quanto tempo?
— Non più di un’ora. Nessun segno evidente di colluttazione. Alla base del collo c’è un piccolo segno di puntura, compatibile con un’iniezione.
Severi indossava un cappotto di cachemire e scarpe troppo nuove per la pioggia. Sul volto conservava un’espressione serena, quasi soddisfatta. Qualcuno gli aveva chiuso gli occhi e sistemato le mani sulle ginocchia.
— Documenti?
Sara indicò un portafoglio chiuso in una busta.
— Non manca nulla. Telefono, carte e contanti sono ancora con lui.
Leonardo osservò le dita della vittima. Sull’indice destro c’era una macchia scura, forse inchiostro. Il polsino della camicia era stato ripiegato con cura e dal taschino spuntava l’angolo di un cartoncino bianco.
— Il cartoncino è già stato fotografato?
— Da ogni angolazione — rispose il medico.
Leonardo indossò i guanti e lo estrasse con cautela.
La frase era stampata in caratteri neri:
«La carità non cerca il proprio interesse.»
Sara la lesse alle sue spalle.
— San Paolo.
— Prima lettera ai Corinzi — disse il medico legale.
Leonardo lo guardò.
— Ha studiato teologia?
— Sono stato sposato ventidue anni con una catechista. Qualcosa si impara.
Leonardo annuì.
— Anche contro la propria volontà.
Il medico sorrise appena.
Sara osservò nuovamente il cartoncino.
— Bellini aveva una fotografia con la frase «La maschera era perfetta». Severi una citazione religiosa.
— Non sappiamo ancora se appartengano allo stesso schema.
— Sono entrambi legati alla fondazione e all’agenda nera. Quante coincidenze ti servono?
— Almeno una in meno di quelle che servono a un giudice.
Leonardo si chinò verso il corpo. La macchia sull’indice non era inchiostro. Sembrava cera nera, la stessa sostanza presente in minima quantità sul bordo del cartoncino.
— Fate analizzare entrambe le tracce.
Sara si guardò intorno.
— Piazza Navona è piena di telecamere.
— E di persone che guardano senza vedere.
Un agente li raggiunse.
— Commissario, abbiamo un testimone. Un cameriere del locale all’angolo sostiene di aver visto la vittima arrivare con un altro uomo.
— Descrizione?
— Alto, sulla cinquantina. Elegante. Cappotto scuro.
Sara sospirò.
— Il cappotto scuro comincia a essere una presenza fissa.
Il cameriere li aspettava sotto la tenda del ristorante. Aveva poco più di vent’anni e teneva le mani strette attorno a un asciugamano.
— Li ho visti sedersi là fuori — raccontò, indicando un tavolo vicino alla fontana. — Il signor Severi veniva spesso. L’altro non l’avevo mai visto.
— Di che cosa parlavano? — chiese Leonardo.
— Non lo so. Sembravano tranquilli. Ho portato due caffè e un bicchiere d’acqua.
— Vino?
— No.
— Quanto sono rimasti?
— Una ventina di minuti. Poi l’uomo col cappotto è andato via. Severi ha pagato ed è rimasto seduto ancora un po’.
— Sembrava stare male?
— No. Però quando gli ho portato il conto mi ha chiesto se credevo in Dio.
Sara sollevò lo sguardo.
— E lei che cosa ha risposto?
— Che non era una domanda da fare a uno che stava finendo il turno.
Leonardo annuì.
— Una risposta onesta.
— Lui ha sorriso e ha detto che l’onestà è un lusso per chi non ha nulla da perdere.
— Poi?
— Si è alzato dal tavolo ed è andato verso la panchina. Poco dopo ha cominciato a piovere e io sono rientrato per sistemare i tavoli.
— L’altro uomo ha pagato?
— No. Ha lasciato che pagasse Severi.
— Ha notato qualcosa di particolare?
Il ragazzo esitò.
— La voce.
— Che cosa aveva?
— Era molto calma. Quasi gentile. Ma mentre parlava avevo la sensazione che non stesse facendo una conversazione. Sembrava che lo stesse giudicando.
Leonardo pensò alla telefonata e alla frase ricordata da De Santis. La stessa calma, lo stesso modo di trasformare una conversazione in un giudizio. Era un filo sottile, ma cominciava a ripetersi.
— Lo riconoscerebbe?
— Forse.
Leonardo gli mostrò la fotografia trovata nell’appartamento di Clara. Il cameriere la osservò a lungo, poi scosse lentamente la testa.
— Potrebbe essere lui. Ma non me la sento di dirlo con certezza.
Leonardo riprese l’immagine.
— Quale mano usava?
— Come?
— Per bere il caffè.
Il ragazzo ci pensò.
— La sinistra.
Leonardo guardò la fotografia. L’uomo con il cappotto teneva la cartella sotto il braccio destro. Non significava nulla. Almeno per il momento.
La scientifica repertò le due tazzine rimaste sul tavolo. Su quella usata da Severi furono prelevati campioni da analizzare; sull’altra non vennero rilevate impronte utili. Anche il tavolo e la sedia occupata dall’altro uomo furono esaminati, senza trovare, a un primo controllo, elementi che permettessero di identificarlo.
Chiunque avesse ucciso Severi aveva scelto uno dei luoghi più osservati di Roma.
Poteva essere sicurezza. Poteva essere vanità.
Oppure la certezza che, anche davanti a centinaia di occhi, tutti avrebbero finito per guardare nella direzione sbagliata.
Quando il corpo venne portato via, la pioggia era quasi cessata. Leonardo rimase vicino alla fontana. Le statue bagnate sembravano ancora più vive sotto le luci, e per un momento la piazza recuperò la propria immensità.
Roma aveva il talento di rendere piccolo qualsiasi dramma umano. Era sopravvissuta a imperatori convinti di essere immortali, papi convinti di parlare a nome di Dio e politici convinti che un’intervista televisiva fosse una forma di pensiero. Avrebbe superato anche loro.
Sara gli si avvicinò.
— Severi cambia le cose.
— Bellini poteva ancora essere un caso isolato.
— Adesso no.
Leonardo osservò l’acqua scorrere sul marmo.
— Adesso abbiamo uno schema.
Il telefono di Severi venne sbloccato poco dopo. Tra le chiamate più recenti comparivano Bellini, De Santis e un numero non registrato. L’ultima, diretta proprio a quel numero diciassette minuti, prima della morte, era durata soltanto otto secondi.
Sara mostrò lo schermo a Leonardo.
— È lo stesso numero che ha chiamato te?
— No.
— Facciamo controllare a chi appartiene e da dove ha agganciato la rete.
Un tecnico si avvicinò con una piccola busta.
— Abbiamo trovato questo nella fodera interna del cappotto.
Era una fotografia piegata in quattro.
Leonardo la aprì con cautela.
Mostrava la cena avvenuta sei anni prima nella villa di Bellini sull’Appia Antica.
Bellini era al centro del gruppo. Accanto a lui c’erano Severi, De Santis, Elena Valenti e altri uomini e donne che Leonardo non riconobbe.
Sul retro era stata scritta una data.
14 ottobre.
Sotto, una frase:
«La prima morte non fu la sua.»
Sara la rilesse.
— Vuol dire che c’è stata un’altra morte prima di Elena?
Leonardo tornò a osservare la fotografia. Nell’angolo inferiore, parzialmente nascosto dietro Bellini, riconobbe Alberto De Santis.
Ma non fu la sua presenza a fermarlo. Quella la conoscevano già.
Era la mano del magistrato, appoggiata sulla spalla di Elena Valenti. E soprattutto il modo in cui lei si voltava verso di lui. Sorrideva senza guardare l’obiettivo, con la naturalezza che si riserva a qualcuno di cui ci si fida.
— Che cosa c’è? — chiese Sara.
Leonardo le indicò i due.
— De Santis ci ha raccontato molte cose di quella sera.
— E questa?
Leonardo continuò a guardare la fotografia.
— Questa deve averla dimenticata.