Capitolo 2 – L’agenda nera

LE MASCHERE DEL SILENZIO
CAPITOLO 2

La mattina seguente, Roma sembrava aver già consegnato la morte di Cesare Bellini alla cronaca. I giornali parlavano dell’omicidio, così come i siti d’informazione. In televisione, opinionisti e giornalisti discutevano di sicurezza, degrado morale e crisi dei valori. Tutti avevano una teoria. Nessuno aveva una risposta.

Leonardo era seduto al suo solito tavolo da Leon. Davanti a lui c’erano un cappuccino, un cornetto alla crema e il giornale piegato in due.
Giulia stava discutendo al telefono con un fornitore.
— Carlo, se continui ad aumentare i prezzi, finirò per servire il cappuccino senza latte.
Fece una pausa.
— E smettila di dare la colpa all’inflazione. Anche tu hai una dignità.
Riattaccò e si accorse che Leonardo stava sorridendo.
— Che c’è?
— Mi piace quando difendi i diritti umani.
— Erano zucchine.
— Oggi.
Giulia alzò gli occhi al cielo.
— Riesci a essere irritante anche a colazione.
— È il pasto più importante della giornata.
Giulia tornò al bancone.

Leonardo si guardò intorno. Un uomo sulla cinquantina spiegava al telefono quanto fosse importante la famiglia; due minuti dopo osservava con evidente interesse la ragazza del tavolo accanto. Una coppia faceva colazione senza rivolgersi una parola. Un ragazzo in giacca e cravatta sembrava sul punto di piangere.

Le persone raccontavano sempre qualcosa, anche quando tacevano.

Leonardo non si fidava troppo delle parole. Negli anni aveva imparato con quanta facilità potessero cambiare. Preferiva ricordare altro: il modo in cui una persona trattava un cameriere, una promessa dimenticata, un favore restituito o negato. Le frasi si possono costruire. I comportamenti, molto meno.

Il telefono vibrò.
Sara Monti.
— Dimmi.

— Abbiamo trovato qualcosa.

— Finalmente una buona notizia.

— Non lo so. Dipende.

— Da che cosa?

Dall’altro capo della linea seguì un breve silenzio.

— Hai mai sentito parlare dell’agenda nera?

Leonardo si raddrizzò sulla sedia.

— No.

— Nemmeno io. Fino a stamattina.

— E adesso?

— Adesso penso che Bellini sia morto per quella.

Un quarto d’ora dopo, Leonardo era già in macchina. Il traffico di Roma sembrava deciso a sbarrargli la strada.

Mentre guidava, osservava la città scorrergli accanto: bar, motorini, persone che correvano e altre che sembravano non avere alcuna fretta. Roma viveva costantemente sull’orlo del caos e, forse proprio per questo, dava l’impressione di essere immortale.

Quando arrivò in questura, Sara lo stava aspettando con un fascicolo in mano.

— Gli informatici hanno recuperato queste dal computer di Bellini. Sara gli porse alcune stampe. Erano email cancellate e poi recuperate. In una compariva una frase: «Se l’agenda nera esiste ancora, qualcuno morirà.»

Leonardo rilesse la frase due volte.

— Chi l’ha scritta?

— È arrivata da un indirizzo anonimo.

— Il destinatario era Bellini?

— Sì.

— Ha risposto?

Sara scosse la testa.

— Non lo sappiamo.

Leonardo appoggiò i fogli sulla scrivania.

— Che cosa sappiamo dell’agenda nera?

— Quasi niente. Ma il nome compare anche in uno scambio tra Bellini e una giornalista.

— Chi?

— Clara Valenti.

Per la prima volta quella mattina Leonardo sollevò lo sguardo.

— Chi è?

— Una giornalista. Non l’abbiamo ancora interrogata.

Sara prese una fotografia. Ritraeva una donna sulla quarantina, con i capelli scuri, i lineamenti eleganti e uno sguardo che lasciava intuire più di quanto fosse disposta a raccontare.

Leonardo la osservò per qualche secondo.

— La conosci? — chiese Sara.

— No.

Eppure, senza saperne il motivo, ebbe la sensazione che Clara Valenti avrebbe presto assunto un ruolo centrale nell’indagine.

Nel tardo pomeriggio, dopo ore trascorse a esaminare le email e il passato di Clara Valenti, Leonardo uscì dalla questura. Invece di tornare a casa, raggiunse il lungotevere, parcheggiò e proseguì a piedi. Camminare lo aiutava a mettere ordine nei casi che non gli tornavano.

Il Tevere scorreva lento sotto i ponti, mentre il cielo cambiava colore. Leonardo pensò a Bellini, all’agenda nera, alla donna della fotografia e alla telefonata ricevuta la sera prima.

Gli tornò in mente la frase dell’uomo:

«Prima o poi tutti mostrano ciò che sono davvero.»

Più ci pensava, più quelle parole lo inquietavano. Non suonavano come una minaccia, ma come la certezza di chi credeva di conoscere a fondo la natura umana. Forse troppo.

Il cellulare vibrò. Sullo schermo comparve un messaggio da un numero sconosciuto.

Leonardo lo aprì.

Conteneva due brevi frasi:

«Trovi l’agenda. Trovi me.»

Leonardo rimase immobile per alcuni secondi, poi sollevò lentamente lo sguardo verso il Tevere.

Ebbe la netta sensazione che qualcuno lo stesse osservando.

Si voltò.

Sul ponte, tra le persone che tornavano a casa, un uomo con un cappotto scuro parve fermarsi per un istante. Poi riprese a camminare e scomparve tra la gente.

Leonardo continuò a fissare il punto in cui l’uomo era scomparso.

Una cosa era chiara: chi gli inviava quei messaggi sapeva chi era Leonardo e aveva deciso di coinvolgerlo personalmente.

Non si limitava a lasciare tracce. Gli stava indicando il percorso.

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