Roma sembrava più onesta dopo la pioggia. I sampietrini lucidi riflettevano la luce e le strade ancora bagnate nascondevano parte del disordine della città. Perfino le menzogne sembravano meno evidenti, confuse tra i riflessi.
Poco dopo le otto, Leonardo Serra era ancora da Leon. Si fermò un momento accanto alla vetrata e osservò la strada. Sopra di lui, le lunghe foglie dei pothos scendevano dal soffitto come una piccola foresta sospesa. Alcune arrivavano quasi a sfiorare la testa dei clienti in piedi vicino al bancone. Era uno dei motivi per cui amava quel posto. L’altro erano le persone.
Giulia stava sistemando alcune tazze sul bancone. Lorenzo controllava una consegna appena arrivata, mentre Stefano discuteva animatamente con un cliente sul miglior supplì di Roma. La discussione andava avanti da anni e nessuno dei due sembrava intenzionato a cedere.
— Hai deciso chi ha ragione? — gli chiese Giulia.
— Nessuno.
— Come sempre.
— No, stavolta siete tutti e due troppo sicuri.
Giulia rise, scuotendo la testa.
— Sei impossibile.
— Me lo ripetono spesso.
Salutò con un cenno e uscì nel fresco della mattina.
Il telefono vibrò quasi subito. Sul display comparve il numero della questura. Leonardo sospirò. Le telefonate piacevoli arrivavano raramente da lì.
Venticinque minuti dopo attraversava il cancello di una villa ai Parioli. Le auto della polizia occupavano metà strada e un piccolo gruppo di curiosi si era già radunato dietro il nastro di sicurezza. A Roma le persone riuscivano a trasformare qualsiasi tragedia in un argomento di conversazione.
L’ispettrice Sara Monti lo stava aspettando vicino all’ingresso.
— Buongiorno.
— Dipende.
— È morto qualcuno.
— Appunto.
Sara lo guardò senza replicare. Dopo anni di lavoro insieme non aveva ancora deciso se Leonardo fosse particolarmente intelligente o semplicemente irritante.
Entrarono nella villa e raggiunsero lo studio. La vittima, un uomo sulla sessantina vestito con eleganza, era riversa accanto alla scrivania e non presentava segni apparenti di violenza. Lo sguardo immobile rivolto verso il soffitto gli conferiva un’espressione quasi sorpresa, come se qualcosa lo avesse colto impreparato negli ultimi istanti di vita.
Leonardo lasciò correre lo sguardo per la stanza. Le pareti erano occupate da librerie, fotografie, targhe, premi e riconoscimenti. Molti riconoscimenti. Forse troppi.
— Chi è? — chiese.
— Cesare Bellini.
Quel nome lo conosceva tutta Roma. Cesare Bellini era un editore, un opinionista e una presenza fissa nei dibattiti televisivi. Uno di quelli che avevano sempre qualcosa da dire sull’etica, sulla società e sul modo corretto di vivere.
— Causa della morte?
— Probabile avvelenamento. Aspettiamo conferma dal medico legale.
Leonardo annuì e continuò a osservare la stanza. Fu allora che notò una fotografia appoggiata sulla scrivania.
La raccolse.
Mostrava Bellini durante una cena di beneficenza. Sorrideva davanti ai fotografi con il braccio attorno a una bambina. Un’immagine costruita alla perfezione. Di quelle che finiscono sui giornali e fanno sentire tutti migliori.
Girò la fotografia.
Sul retro c’erano quattro parole scritte a mano.
«La maschera era perfetta».
Sara si avvicinò.
— Che significa?
— Non lo so.
— Qualcuno ci sta mandando un messaggio?
— Forse.
— A noi?
Leonardo osservò ancora la fotografia.
— È questo che dobbiamo capire.
Nel primo pomeriggio arrivarono i risultati preliminari. In base ai tempi di assorbimento, il veleno era stato somministrato con ogni probabilità durante la cena privata della sera precedente. Gli invitati erano una quarantina: politici, professionisti, imprenditori e alcune delle figure più influenti della città. Persone rispettabili, almeno in apparenza. Persone che, nel giro di poche ore, avevano già incaricato i propri avvocati.
Alle sette di sera Leonardo raggiunse Marco all’enoteca di Gianni. Era uno dei loro posti abituali. Un tavolo all’aperto, qualche bicchiere di buon vino e nessuna fretta.
Marco era già seduto.
— Sei in ritardo.
— Tu sei in anticipo.
— Come sempre.
— Appunto.
Gianni arrivò con una bottiglia appena stappata.
— Questa vi piacerà.
— Lo dici sempre.
— Perché ho quasi sempre ragione.
Quando si allontanò, Marco guardò l’amico.
— Omicidio?
— Sì.
— Interessante?
— Molto.
— Hai già un sospettato?
— No.
— Una teoria?
Leonardo osservò le persone che passeggiavano lungo il marciapiede.
— Sto cercando di capire perché qualcuno abbia voluto lasciarci quella fotografia.
— Perché voleva essere trovato?
— No.
— E allora?
Leonardo bevve un sorso di vino.
— Perché voleva che trovassimo proprio quella.
Marco sorrise.
— Hai la tua faccia.
— Quale faccia?
— Quella che fai quando qualcosa non ti convince.
— Non mi convince quasi mai niente.
— Eppure continui a cercare.
— Qualcuno deve pur farlo.
Poco prima di andare via il telefono vibrò di nuovo.
Numero sconosciuto.
Leonardo rispose.
Per alcuni secondi sentì soltanto silenzio. Poi una voce maschile, calma, educata, quasi gentile.
— Commissario Serra?
— Chi parla?
La voce ignorò la domanda.
— Mi dica una cosa. Secondo lei una persona può fingere per tutta la vita?
Leonardo rimase in silenzio per un istante.
— Dipende da quanto è brava.
Dall’altra parte arrivò una breve risata.
— No. Prima o poi tutti mostrano ciò che sono davvero.
La linea si interruppe.
Leonardo abbassò lentamente il telefono.
Marco lo osservò.
— Problemi?
— Forse.
— Che succede?
Leonardo guardò lo schermo ormai spento del cellulare. Poi il bicchiere. Poi il traffico della sera romana che continuava a scorrere come se nulla fosse accaduto.
— Credo che qualcuno abbia appena deciso di giocare con me.
Per la prima volta da quando era entrato nella villa dei Parioli quella mattina, ebbe la sensazione che l’omicidio di Cesare Bellini fosse soltanto l’inizio.
Era soltanto l’inizio.