LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦ CAPITOLO 5
Leonardo rimase immobile.
— Chi?
Alberto De Santis guardò la fotografia di Clara Valenti appoggiata sulla scrivania.
— Sua sorella.
Per qualche secondo nessuno parlò. De Santis teneva le mani unite sulle ginocchia e fissava il pavimento. Sara rimase appoggiata allo stipite, mentre Leonardo continuava a osservarlo.
— Come si chiamava? — domandò Leonardo.
— Elena Valenti. Aveva trentacinque anni e lavorava come consulente amministrativa per la Fondazione Rinascita.
— La fondazione presieduta da Giulio Severi e finanziata da Bellini.
— Esatto.
— Come morì?
De Santis prese fiato prima di rispondere.
— Cadde dalla terrazza della villa.
Sara si staccò dallo stipite.
— Durante la cena?
— Poco dopo mezzanotte. La trovarono nel giardino, sul retro dell’edificio. Era ancora viva quando arrivò l’ambulanza, ma morì prima di raggiungere l’ospedale.
— Incidente? — chiese Leonardo.
— Questa fu la conclusione ufficiale.
Leonardo si alzò e andò alla finestra. Nel cortile interno della questura, due agenti fumavano accanto a un’automobile di servizio, parlando con la calma distratta di chi stava vivendo una giornata qualunque.
— E quella non ufficiale?
De Santis esitò.
— Elena aveva bevuto. Sul parapetto trovarono le sue impronte e nessun segno evidente di colluttazione. Il caso venne chiuso in fretta.
— Non le ho chiesto che cosa stabilì l’indagine. Le ho chiesto che cosa pensa lei.
Il magistrato alzò lo sguardo.
— Penso che non sia caduta da sola.
Sara incrociò le braccia.
— Perché non lo disse allora?
— Lo dissi.
— A chi?
— Al sostituto procuratore che seguiva il caso. Gli raccontai che, poco prima della caduta, avevo visto Elena discutere con Bellini e con un altro uomo.
— Chi era?
— Non lo vidi bene. Erano in una stanza poco illuminata e io passai davanti alla porta soltanto per qualche secondo. Ricordo un completo scuro e una voce molto calma.
Leonardo si voltò.
— Che cosa diceva?
— Non sentii tutto. Soltanto una frase: «Le persone come lei confondono la verità con il bisogno di sentirsi innocenti».
Leonardo si irrigidì appena. Non per la frase, ma per la descrizione della voce: calma, controllata. Era la stessa impressione che gli aveva lasciato l’uomo al telefono.
— E Bellini?
— Cercava di interromperli. Elena sembrava spaventata, ma non da lui.
— Quanto tempo dopo cadde?
— Forse venti minuti.
— E l’altro uomo?
— Non lo vidi più.
Leonardo tornò alla scrivania.
— Clara che cosa sapeva?
— Tutto quello che sapevo io e, probabilmente, molto di più. Non credette mai all’incidente. Cominciò a indagare sulla fondazione, sui finanziamenti destinati alla Romania e sulle persone presenti a quella cena.
— Bucarest.
— Sì. Elena aveva scoperto che una parte del denaro raccolto per alcuni progetti umanitari finiva in società di consulenza prive di dipendenti e sedi operative. Scatole vuote, create per far sparire milioni di euro.
— E l’agenda nera?
— Potrebbe essere nata da lì.
Leonardo osservò di nuovo il nome del magistrato nell’elenco degli invitati.
— Lei ha aiutato Clara?
— Le ho passato alcune informazioni.
— Informazioni coperte dal segreto istruttorio?
De Santis abbozzò un sorriso stanco.
— Sapevo che saremmo andati d’accordo.
— Non ne sarei così sicuro.
— Le ho dato ciò che potevo senza compromettere il mio lavoro.
— E poi?
— Clara smise di fidarsi anche di me.
— Perché?
— Questo dovrebbe chiederlo a lei.
— Al momento non risponde al telefono.
De Santis abbassò lo sguardo sulla fotografia.
— Allora troviamola prima degli altri.
Leonardo colse qualcosa nella sua voce che non riuscì a definire. Non era soltanto preoccupazione. Poteva essere paura, rimorso o semplicemente il peso di sei anni di silenzio.
— Chi sono gli altri?
Il magistrato si alzò e raccolse la giacca.
— Le persone che avevano interesse a far passare la morte di Elena per un incidente. Alcune erano presenti a quella cena. Altre non compaiono in nessun elenco.
— E lei conosce i loro nomi?
— Se li conoscessi, commissario, non avremmo bisogno dell’agenda nera.
Uscì dall’ufficio, lasciandosi dietro un leggero odore di tabacco e più domande che risposte.
Sara attese che la porta si richiudesse.
— Gli credi?
— Ad alcune cose.
— Quali?
— A quelle che non voleva raccontarci.
— Molto utile.
— È il mio modo di rendere semplici le giornate.
Sara prese la fotografia di Clara.
— Potrebbe essere stato lui a farla sparire?
— De Santis?
— Era presente alla cena, ha minimizzato il rapporto con Bellini e ha ammesso di aver passato informazioni riservate a Clara.
Leonardo infilò il documento nel fascicolo.
— E ha appena deciso spontaneamente di raccontarci una morte che avremmo scoperto comunque.
— Non significa che sia innocente.
— Non ho detto questo.
— Allora che cosa hai detto?
— Che gli esseri umani sono complicati. È il motivo per cui i verbali sono più lunghi delle confessioni.
Sara lo guardò per qualche secondo, poi sorrise controvoglia.
— Ogni tanto potresti rispondere come una persona normale.
— Ci ho provato. Non mi veniva naturale.
Poco dopo, Leonardo lasciò la questura. La ricerca di Clara proseguiva, ma le immagini delle telecamere di Ponte Milvio non permettevano ancora di stabilire se la donna ripresa alla guida fosse davvero lei. La chiave con il numero 317 era stata affidata agli investigatori, che stavano effettuando verifiche presso banche, alberghi, depositi e stazioni ferroviarie.
Leonardo non mangiava dalla sera precedente. La fame non gli migliorava il carattere, ma aveva imparato che ignorarla lo peggiorava con una certa precisione.
Invece di tornare a casa, andò da Leon.
Il locale era a due passi dal suo appartamento. Dall’esterno sembrava più piccolo di quanto fosse in realtà, raccolto dietro due vetrate e un’insegna discreta. A quell’ora, il brusio dei pochi clienti si confondeva con il tintinnio delle tazze dietro il bancone. La musica rimaneva in sottofondo, abbastanza bassa da accompagnare le conversazioni senza imporsi.
Giulia lo vide entrare e gli indicò un tavolo libero.
— Hai mangiato?
— Buongiorno anche a te.
— Sono quasi le tre.
— Allora buon pomeriggio.
— Non hai mangiato.
Leonardo si tolse il cappotto.
— È un interrogatorio?
— No. Negli interrogatori, di solito, l’indagato ha qualche possibilità di mentire.
Stefano passò accanto al tavolo con un vassoio.
— Il piatto del giorno è finito.
— Non glielo avevo ancora detto — protestò Giulia.
— Gli ho risparmiato una delusione.
— Che cos’era? — chiese Leonardo.
— Polpette al sugo.
Leonardo lo fissò.
— Non me l’hai risparmiata.
Giulia scosse la testa e si allontanò verso la cucina. Tornò poco dopo con una focaccia calda, verdure grigliate e una piccola porzione di formaggio.
— Questo è ciò che resta.
— Nella vita o in cucina?
— Mangia, Serra.
Leonardo obbedì. Gli piaceva quel posto perché nessuno gli chiedeva di essere il commissario. Giulia gli parlava come se fosse un cliente difficile; Stefano si comportava come se dovesse ancora convincerlo della superiorità dei suoi supplì; Lorenzo, quando non era occupato con i conti, si limitava a salutarlo con un cenno.
Per qualche minuto Leonardo provò a concentrarsi sul rumore del locale. Non servì. Una frase di De Santis continuava a tornargli in mente: «Troviamola prima degli altri».
Leonardo bevve un sorso d’acqua.
Le persone avevano un talento naturale nel costruire principi che non interferissero con la propria comodità.
Giulia tornò con un caffè.
— Questo non l’ho ordinato.
— Lo so.
— E allora?
— Quando smetti di mangiare e cominci a fissare il tavolo, ne prendi sempre due.
Leonardo la guardò.
— Mi studi?
— No. Ti vedo spesso. È diverso.
Aveva ragione. La maggior parte delle persone confondeva l’attenzione con l’invadenza. Giulia sapeva osservare senza pretendere spiegazioni.
— È morto qualcuno? — domandò.
— Sì.
— Qualcuno che conoscevi?
— Non ancora.
Lei smise di sorridere.
— È una risposta strana.
— È una storia strana.
Giulia appoggiò una mano sul tavolo, poi si allontanò senza fare altre domande.
Leonardo bevve il caffè e notò una donna seduta nell’angolo opposto del locale. Portava un cappello a tesa stretta e grandi occhiali scuri, nonostante la luce all’interno fosse tenue. Davanti a sé aveva una tazza ancora intatta e teneva entrambe le mani strette attorno al cellulare.
Non doveva essere lì da molto: Leonardo ricordava il tavolo vuoto quando si era seduto.
La donna sollevò appena il viso.
Per un istante, i loro sguardi si incontrarono.
Leonardo riconobbe i lineamenti della fotografia.
Clara Valenti.
Non lasciò trapelare nulla. Posò la tazzina sul piattino, come se non l’avesse riconosciuta.
Clara si alzò pochi secondi dopo, lasciò alcune monete sul tavolo e si diresse verso l’uscita.
Leonardo aspettò che oltrepassasse la vetrata, poi prese il cappotto.
— Il conto — disse.
Giulia lo guardò.
— Hai appena finito di mangiare.
— È sopraggiunto un impegno.
— Donna?
— Giornalista.
— Peggio.
Leonardo uscì.
Clara camminava in fretta lungo il marciapiede. Non si voltava, ma teneva una mano nella tasca del cappotto e cambiava direzione troppo spesso perché fosse casuale.
Attraversò una strada, imboccò un vicolo e raggiunse una piazzetta quasi deserta. Leonardo la seguì, mantenendo una distanza sufficiente a non metterla in allarme.
— Commissario Serra — disse senza voltarsi. — Se voleva seguirmi senza farsi notare, temo che dovrà esercitarsi ancora.
Leonardo si fermò.
Clara si voltò e si tolse gli occhiali.
Dal vivo era diversa dalla fotografia. Non più bella, ma più difficile da ignorare. Aveva il volto segnato dalla stanchezza e uno sguardo in cui la paura poteva trasformarsi in sfida nel giro di un istante.
— La stiamo cercando — disse Leonardo.
— Me n’ero accorta.
— La porta di casa socchiusa. L’auto abbandonata a Ponte Milvio. Il telefono lasciato nella borsa.
— Non l’ho dimenticato.
— Allora perché?
Clara controllò l’ingresso del vicolo.
— Qui non possiamo parlare.
— La questura è più riservata.
— La questura è il motivo per cui sono sparita.
Leonardo non cambiò espressione.
— Ha paura di Alberto De Santis?
Clara esitò appena. Leonardo lo notò.
— Che cosa le ha raccontato?
— Che sua sorella morì durante una cena in una delle ville di Bellini, quella sull’Appia Antica.
— E lei gli ha creduto?
— Alla morte di sua sorella, sì.
Clara abbassò la voce.
— De Santis non le ha raccontato tutto.
— È una caratteristica piuttosto diffusa.
— Quella sera non si limitò a vedere Elena discutere con Bellini.
— Che cosa fece?
— La incontrò poco prima che morisse. Da solo.
Leonardo la osservò attentamente. Clara non stava improvvisando. Doveva aver ripetuto quella storia nella propria mente molte volte, forse per anni.
— Come lo sa?
— Perché Elena mi chiamò.
— Che cosa disse?
— Che aveva scoperto chi controllava davvero la fondazione. Disse che avrebbe consegnato i documenti a una persona della procura di cui si fidava.
— De Santis.
— Non fece il nome. Ma fu lui l’ultimo magistrato a parlare con lei.
Leonardo ripensò all’esitazione di De Santis, alla rapidità con cui aveva negato di conoscere Clara e al modo in cui aveva guardato la sua fotografia.
— Perché non ha portato queste informazioni alla polizia?
Clara rise senza allegria.
— Perché il fascicolo sulla morte di mia sorella scomparve per tre settimane. Quando ricomparve, mancavano le fotografie della terrazza e la registrazione della sua telefonata.
— E l’agenda nera?
La donna lo fissò.
— Non è un’agenda.
— Questo restringe molto il campo.
— È un sistema di copie: documenti, registrazioni, fotografie, elenchi di società e nomi. Elena aveva cominciato a raccoglierli prima di morire. Io ho continuato.
— Dove sono?
— In luoghi diversi.
— La chiave 317?
Per la prima volta, Clara perse il controllo. Soltanto per un istante, ma fu sufficiente.
— L’avete trovata.
— Sotto la sua automobile.
— Allora è già troppo tardi.
Fece per andarsene, ma Leonardo le sbarrò il passo senza toccarla.
— Troppo tardi per che cosa?
Clara lo guardò.
— Se l’avete trovata sotto l’auto, non è finita lì per caso. Significa che loro sanno che cosa apre.
— Chi sono?
— Persone che non hanno mai dovuto sporcarsi le mani, perché hanno sempre trovato qualcuno disposto a farlo al posto loro.
Leonardo conosceva bene quel genere di persone. Avevano un talento naturale nel costruire principi che non interferissero mai con la propria comodità.
— E l’uomo con il cappotto scuro?
Clara rimase in silenzio.
— Abbiamo trovato la sua fotografia in casa sua — continuò Leonardo.
— Sotto c’era una frase molto chiara: «Se mi succede qualcosa, cercate lui».
— Avete interpretato male.
— Mi aiuti a interpretare meglio.
La donna guardò oltre la sua spalla, verso l’imbocco del vicolo.
— Quell’uomo era a casa mia stamattina.
— La vicina ha visto uscire un uomo con un cappotto scuro.
— Non mi ha rapita.
Leonardo attese.
Clara si rimise gli occhiali.
— Mi ha salvata.
Dalla strada arrivò il rumore di un motore che si avvicinava.
Clara si voltò di scatto. Un’automobile scura rallentò davanti al vicolo, poi riprese velocità.
Quando Leonardo tornò a guardarla, lei aveva già cominciato a correre.
La seguì fino alla piazza, ma Clara si infilò tra due autobus e scomparve dall’altra parte della strada. Leonardo si fermò sul bordo del marciapiede, mentre il traffico gli chiudeva ogni passaggio.
Il telefono vibrò nella tasca.
Numero sconosciuto.
Aprì il messaggio.
C’era una sola frase:
«Non tutti quelli che fuggono hanno paura dell’assassino».
Leonardo rilesse quelle parole, poi alzò lo sguardo verso la folla.
Clara era scomparsa.
E lui capì che, durante quella conversazione, non erano mai stati soli.