Capitolo 4 – Il nome cancellato

LE MASCHERE DEL SILENZIO
✦ CAPITOLO 4
Leonardo continuò a osservare la fotografia dell’uomo con il cappotto scuro, cercando nel volto qualcosa che potesse spiegare quella sensazione fastidiosa di familiarità.
Non lo aveva mai incontrato. Di questo era quasi certo.
Eppure c’era qualcosa nel modo in cui guardava l’obiettivo, nella calma studiata dell’espressione, che gli dava l’impressione di trovarsi davanti a una persona abituata a essere osservata senza lasciarsi vedere davvero.
Sara si avvicinò alla bacheca.
— Potrebbe essere lui ad aver rapito Clara.
Leonardo non distolse lo sguardo dalla fotografia.
— Oppure Clara vuole che pensiamo questo.
— Perché avrebbe dovuto?
— Non lo so.
Sara si voltò verso il soggiorno. La tazza di tè era ancora sul tavolo e dalla finestra aperta entrava l’aria fresca del mattino, insieme al rumore distante del traffico di Trastevere.
— La porta era socchiusa, la casa è intatta e non ci sono segni evidenti di colluttazione. Potrebbe essersene andata volontariamente.
— Lasciando il tè ancora caldo?
— Magari qualcuno l’ha spaventata.
— O avvertita.
Leonardo si avvicinò alla scrivania. C’erano alcuni fogli ordinati in piccole pile, due penne, una lente d’ingrandimento e un computer portatile chiuso. Tutto sembrava disposto con una precisione quasi innaturale, come se qualcuno avesse avuto il tempo di sistemare ogni cosa prima di andarsene.
Indossò i guanti e sollevò lentamente lo schermo del computer.
Era spento.
— Chiama la Scientifica — disse. — E fai controllare il palazzo. Voglio sapere se qualcuno ha visto Clara uscire, a che ora e con chi.
Sara prese il telefono, mentre Leonardo tornava davanti alla bacheca.
La fotografia di Bellini occupava il centro di quella rete. Intorno erano disposti almeno venti volti, alcuni facilmente riconoscibili, altri sconosciuti. Sotto ogni immagine comparivano date, sigle e brevi annotazioni scritte a mano.
Non sembravano appunti casuali.
Clara aveva costruito quella mappa seguendo una logica precisa, ma per comprenderla bisognava entrare nel suo modo di ragionare. Leonardo osservò le linee rosse che collegavano le fotografie. Alcune conducevano a fondazioni benefiche, altre a società finanziarie, altre ancora a nomi apparentemente privi di relazione.
Tra le immagini riconobbe un parlamentare, un imprenditore televisivo e il presidente di una nota associazione umanitaria. Tutti uomini rispettati, invitati nei salotti buoni e fotografati accanto a ministri, cardinali e attori.
Volti rassicuranti.
Maschere perfette.
Sara terminò la telefonata.
— La Scientifica sta arrivando. Ho chiesto anche le registrazioni delle telecamere della zona.
Leonardo indicò la bacheca.
— Conosci qualcuno?
— Alcuni. Quello è Roberto Malaspina, il costruttore.
— Condannato?
— Mai. Indagato tre volte e assolto sempre.
Leonardo spostò lo sguardo sulla fotografia successiva.
— E lui?
— Giulio Severi. Presidente della Fondazione Rinascita.
— La fondazione di Bellini.
— Esatto.
Sotto la foto di Severi erano scritte tre date, seguite da una sola parola: Bucarest.
Leonardo la lesse a voce bassa.
— Che cosa c’entra Bucarest?
— Potrebbe essere un viaggio.
— O un conto bancario.
Sara osservò le altre annotazioni.
— Qui ci sono troppe persone. Per controllarle tutte ci vorranno settimane.
— Clara lo ha già fatto per noi.
— Sempre che riusciamo a capire che cosa ha scoperto.
Leonardo si chinò verso una fotografia collocata nella parte inferiore della bacheca. Il volto era stato coperto quasi completamente con un pennarello nero. Restavano visibili soltanto il colletto di una camicia bianca e una mano appoggiata sul tavolo.
A differenza delle altre immagini, non c’erano nomi né annotazioni.
Soltanto una data.
14 ottobre.
— Sara.
Lei si avvicinò.
— Che cosa c’è?
— Questa fotografia è stata cancellata di proposito.
— Magari Clara ha scoperto che la persona non c’entrava nulla.
— In quel caso avrebbe tolto la foto.
Leonardo osservò il bordo. Era fissata alla bacheca con due puntine, come tutte le altre.
— Invece l’ha lasciata qui e ha cancellato il volto.
Sara rimase in silenzio.
— Forse aveva paura che qualcuno potesse riconoscerlo.
— O voleva ricordarsi di non fidarsi.
Dal corridoio arrivò un rumore.
Leonardo si voltò di scatto.
Un’ombra si spostò dietro il vetro smerigliato della porta d’ingresso.
Sara portò istintivamente la mano alla fondina.
— Polizia! — gridò. — Chi c’è?
Per qualche secondo non accadde nulla.
Poi la porta si aprì lentamente e comparve una donna anziana, avvolta in una vestaglia azzurra. Teneva un piccolo cane tra le braccia.
— Scusate — disse con voce tremante. — Ho visto la porta aperta.
Sara abbassò la mano.
— Lei abita qui?
— Nell’appartamento di fronte.
Il cane cominciò ad abbaiare contro Leonardo, che lo osservò con rassegnazione.
— Ha visto Clara Valenti questa mattina?
La donna esitò.
— No. Ma ho sentito qualcuno parlare.
— Quando?
— Presto. Non saprei dire l’ora.
— Una voce maschile o femminile?
— Maschile, credo.
Leonardo si avvicinò.
— Ha sentito che cosa diceva?
La donna strinse il cane al petto.
— Poche parole. Non volevo origliare.
— Certo.
— Ha detto qualcosa come: “Non puoi tirarti indietro adesso”.
Sara e Leonardo si scambiarono uno sguardo.
— Ha sentito la risposta di Clara?
— No. Però poco dopo ho sentito la porta chiudersi.
— Ha guardato dallo spioncino?
La donna abbassò gli occhi, come se si vergognasse di essere stata sorpresa in un’abitudine che praticava da anni.
— Soltanto per assicurarmi che fosse tutto a posto.
— E che cosa ha visto?
— Un uomo che scendeva le scale.
Leonardo le mostrò la fotografia del cappotto scuro.
— Era lui?
La donna si avvicinò appena, socchiudendo gli occhi.
— Non lo so. Non ho visto bene il viso.
— Indossava un cappotto scuro?
— Sì.
Sara trattenne il respiro.
— È sicura?
— Sicurissima. Un cappotto lungo, elegante.
— A che ora è successo?
— Poco prima delle sette.
Leonardo guardò la tazza sul tavolo.
Se la vicina diceva la verità, qualcuno era stato nell’appartamento di Clara quella mattina. La porta lasciata socchiusa e il tè ancora sul tavolo raccontavano una sola cosa: Clara non aveva programmato di uscire. Qualcuno l’aveva costretta a interrompere tutto all’improvviso. Forse l’uomo con il cappotto scuro non le aveva nemmeno dato il tempo di compiere il gesto più naturale prima di uscire: chiudere la porta. Oppure l’aveva fatta uscire con tale urgenza da non preoccuparsi di ciò che si lasciava alle spalle.

— Ha visto anche Clara?
— No.
— Ha sentito rumori strani? Una discussione, qualcosa che si rompeva?
— Niente. Quell’uomo è sceso con molta calma.
La calma non dimostrava innocenza. Leonardo aveva conosciuto persone capaci di commettere le azioni peggiori senza alzare la voce, convinte che l’eleganza fosse sufficiente a cancellare la brutalità.
Ringraziò la donna e le chiese di restare disponibile.
Quando la porta si richiuse, Sara tornò davanti alla fotografia.
— Quindi era qui.
— Un uomo con un cappotto scuro era qui.
— Quante persone vanno in giro con un cappotto del genere?
— A Roma, a ottobre, parecchie.
— Stai diventando irritante.
— È uno dei pochi talenti che coltivo con costanza.
La Scientifica arrivò pochi minuti dopo. L’appartamento si riempì di guanti, valigette e voci trattenute. Gli agenti cominciarono a fotografare ogni stanza, mentre un tecnico esaminava il computer di Clara.
Leonardo e Sara uscirono sul pianerottolo per lasciare spazio.
— Voglio una ricerca completa su quella data — disse Leonardo. — Quattordici ottobre. Controlla gli articoli pubblicati da Clara, i viaggi di Bellini, gli eventi organizzati dalla fondazione e qualsiasi cosa colleghi le persone della bacheca.
— Potrebbero volerci giorni.
— Comincia da sei anni fa.
Sara lo guardò.
— Perché sei anni fa?
Leonardo indicò la fotografia annerita.
— La camicia.
— La camicia?
— Il polsino è tagliato in un modo che non si usa più da qualche anno. E l’immagine è stampata su carta fotografica vecchia. Non viene da un telefono recente.
Sara inclinò la testa.
— Questa sarebbe la tua analisi scientifica?
— È una supposizione.
— Finalmente lo ammetti.
Leonardo sorrise appena.
Il telefono di Sara squillò.
Mentre lei rispondeva, lui si avvicinò alla finestra del pianerottolo. Sotto di loro, Trastevere si era ormai svegliata. I tavolini dei bar occupavano i marciapiedi, i motorini attraversavano i vicoli e i turisti consultavano le mappe come se Roma potesse davvero essere compresa seguendo una linea colorata sullo schermo.
La città aveva ripreso a indossare le proprie maschere.
Sara chiuse la telefonata.
— Hanno trovato l’auto di Clara.
— Dove?
— A Ponte Milvio.
— Chiusa?
— Sì. Nessun segno di effrazione.
— Telecamere?
— Stanno controllando.
Leonardo guardò l’orologio.
— Andiamo.
L’auto era parcheggiata in una strada laterale, sotto un platano. Una pattuglia aveva isolato la zona e due agenti aspettavano accanto al marciapiede.
Dentro non c’era nessuno.
La borsa di Clara era sul sedile posteriore. Il portafoglio, i documenti e il telefono erano ancora al loro posto.
Sara osservò l’abitacolo attraverso il finestrino.
— Se voleva sparire, ha scelto un modo strano.
— Forse non voleva sparire.
Un agente si avvicinò.
— Commissario, abbiamo trovato questo sotto la macchina.
Gli mostrò una chiave inserita in una piccola busta trasparente. Non era una chiave di casa né quella di un’automobile. Sembrava appartenere a una cassetta di sicurezza.
Sul metallo era inciso un numero.
317.
Leonardo la osservò.
— Impronte?
— La Scientifica deve ancora controllare.
Sara si chinò verso il finestrino.
— Potrebbe essere caduta dalla borsa.
— Oppure qualcuno voleva che la trovassimo.
Leonardo guardò intorno. La strada era tranquilla, quasi troppo. Dall’altra parte passava una donna con un passeggino. Un uomo portava a spasso un labrador. Nessuno sembrava prestare attenzione alla polizia.
Poi notò un’auto scura parcheggiata all’estremità della via.
Il motore era acceso.
Dietro il parabrezza, una figura li osservava.
Leonardo fece un passo avanti.
L’auto partì immediatamente.
— Sara!
Corsero verso la strada, ma il veicolo svoltò prima che potessero leggere la targa. Leonardo riuscì a distinguere soltanto il modello e un fanale posteriore danneggiato.
Sara si fermò accanto a lui.
— Era lui?
— Non ho visto il volto.
— Cappotto scuro?
— Non lo so.
Leonardo rimase a fissare il punto in cui l’auto era scomparsa.
Qualcuno li stava seguendo.
Oppure voleva che se ne accorgessero.
Nel pomeriggio tornarono in Questura. Il computer di Clara era protetto da un sistema di cifratura e il tecnico avrebbe avuto bisogno di tempo per accedere ai file. La chiave, invece, non presentava impronte utili.
Leonardo entrò nel suo ufficio e trovò Alberto De Santis seduto davanti alla scrivania.
Il magistrato aveva tolto la giacca e sfogliava il fascicolo di Bellini con un’aria fin troppo rilassata.
— Si accomodi — disse Leonardo. — Faccia come se fosse a casa sua.
— Non si preoccupi, ho già controllato il frigorifero.
— Ha trovato qualcosa?
— Soltanto una bottiglia d’acqua scaduta.
Leonardo si sedette.
— È venuto per criticare le mie abitudini alimentari?
— Sono venuto perché qualcuno ha chiamato il procuratore.
— Qualcuno chi?
— Tre parlamentari, due imprenditori e il presidente di una fondazione benefica.
— Giornata tranquilla.
De Santis chiuse il fascicolo.
— Vogliono sapere perché la polizia sta facendo domande su di loro.
— Non abbiamo ancora fatto domande.
— Questo li rende ancora più nervosi.
Leonardo gli raccontò della bacheca, della scomparsa di Clara e della fotografia dell’uomo con il cappotto scuro. Non menzionò subito la chiave. Voleva prima capire quanto il magistrato sapesse dell’Agenda Nera.
— Ne ha mai sentito parlare? — domandò.
De Santis rimase in silenzio per qualche secondo.
— Come voce.
— Che genere di voce?
— Una leggenda che circola da anni negli ambienti giudiziari e politici. Un archivio di documenti, registrazioni e nomi capaci di compromettere persone molto potenti.
— Chi l’avrebbe creato?
— Le versioni cambiano. Secondo alcuni Bellini, secondo altri un suo collaboratore. C’è anche chi sostiene che sia soltanto un’invenzione usata per ricattare chi ha qualcosa da nascondere.
— Lei che cosa pensa?
— Penso che le leggende funzionino soltanto quando contengono una parte di verità.
Leonardo appoggiò la schiena alla sedia.
— Clara Valenti sembra averla cercata.
— O trovata.
— Perché non mi ha parlato prima di questa voce?
De Santis sostenne il suo sguardo.
— Perché non sapevo che fosse collegata all’omicidio.
Leonardo osservò il modo in cui aveva pronunciato quella frase. Nessuna esitazione evidente, nessun movimento nervoso. Solo un tono controllato, forse troppo.
— Lei conosceva Bellini?
— Di vista.
— E Clara?
— No.
La risposta era arrivata un istante prima del necessario.
Non abbastanza per accusarlo di mentire, ma abbastanza per ricordarla.
Qualcuno bussò.
Sara entrò con un foglio in mano.
— Abbiamo qualcosa.
Guardò De Santis, poi Leonardo.
— Puoi parlare.
— Le telecamere vicino all’appartamento di Clara hanno ripreso un uomo che usciva dal palazzo alle sei e cinquantadue. Il volto non si vede, ma indossa un cappotto scuro.
— E Clara?
— Nessuna immagine. Potrebbe essere uscita da un ingresso secondario.
— L’auto a Ponte Milvio?
— È arrivata alle sette e ventitré. Alla guida c’era una donna, ma il viso è coperto da un cappello e dagli occhiali.
Leonardo tese la mano.
Sara gli porse una stampa ricavata dal filmato.
L’immagine era sgranata, ma la figura al volante aveva i capelli della stessa lunghezza di Clara.
— Potrebbe essere lei — disse De Santis.
— Potrebbe.
— C’è dell’altro — continuò Sara. — Ho controllato il quattordici ottobre.
Leonardo sollevò lo sguardo.
— E?
— Sei anni fa, proprio quel giorno, Cesare Bellini organizzò una cena privata nella sua villa sull’Appia Antica. Ufficialmente era un incontro per raccogliere fondi destinati a un progetto umanitario in Romania.
— Bucarest — disse Leonardo.
— Esatto. Tra gli invitati c’erano quasi tutte le persone fotografate sulla bacheca di Clara.
— Quasi?
Sara posò un secondo foglio sulla scrivania.
— Nell’elenco compare anche un nome che è stato cancellato a penna.
Leonardo si chinò.
La riga era stata annerita, ma sotto l’inchiostro restavano visibili alcune lettere.
— Possiamo recuperarlo?
— La Scientifica ci sta lavorando. Però ho trovato una copia dell’elenco nell’archivio della fondazione.
Leonardo la guardò.
Sara non disse nulla. Gli porse semplicemente il documento.
In fondo alla pagina, tra il nome di un banchiere e quello di un sottosegretario, compariva un invitato che non era stato menzionato in nessuno degli articoli sulla serata.
Alberto De Santis.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Il magistrato osservò il foglio senza cambiare espressione.
Leonardo alzò lentamente lo sguardo verso di lui.
— Aveva detto di conoscere Bellini soltanto di vista.
De Santis si sistemò sulla sedia.
— È vero.
— Eppure era invitato a una cena privata nella sua villa.
— Essere invitati non significa partecipare.
— Ha partecipato?
Il magistrato non rispose subito.
Questa volta l’esitazione non fu breve.
— Sì.
Sara chiuse la porta dell’ufficio.
Leonardo continuò a fissarlo.
— Credo che sia arrivato il momento di raccontarmi che cosa accadde quella sera.
De Santis si passò una mano sul volto. Per la prima volta da quando lo aveva conosciuto, sembrava aver perso la sua sicurezza.
— Quella sera — disse — morì una donna.
Leonardo rimase immobile.
— Chi?
Il magistrato guardò la fotografia di Clara Valenti appoggiata sulla scrivania.
— Sua sorella.

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